La storia

Quando ha smesso di cacciare le balene i Nuu-Chah-Nulth?

Quando ha smesso di cacciare le balene i Nuu-Chah-Nulth?



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Mi chiedo quando i Nuu-Chah-Nulth hanno smesso di cacciare le balene.

Ho cercato in giro e non riesco a trovare nulla.


Le balene grigie erano abbondanti prima che i "balenieri yankee" decimassero gli stock, dice Coté. Nel 1937, gli Stati Uniti hanno vietato la caccia alla balena grigia e nel 1972 la balena grigia è stata inserita nell'elenco delle specie in via di estinzione.

Il Makah e il Nuu-chah-nulth onorarono il divieto di caccia alle balene. Carta del Dominio

La caccia alle balene si fermò nel 1972; tuttavia, come chiarisce l'articolo, la caccia alle balene è ricominciata nel 21° secolo quando la popolazione si è ripresa, per poi fermarsi di nuovo. Non c'è una risposta semplice.


Esperienza americana

1605
Un marinaio inglese, dopo aver appena prestato servizio nel viaggio esplorativo di George Weymouth nel territorio che sarebbe diventato il Maine, pubblica un resoconto di una caccia alle balene dei nativi americani.

Punti di fissaggio arpione, per gentile concessione: Library of Congress

1620
I pellegrini, arrivando a Plymouth Harbour, si imbattono in balene franche che "giocano duro" a prua del Mayflower.

1640
La caccia alle balene viene ripresa a Southampton, Long Island. La nascente industria è gestita da nativi americani, che vengono pagati una percentuale basata sulla quantità di petrolio restituita - un precursore del sistema "laico" dei salari utilizzato nei successivi viaggi di caccia alle balene.

Mappa iniziale di Nantucket, per gentile concessione: Nantucket Historical Association

1659
Nantucket viene venduta e regolata da nove acquirenti originali: Tristram Coffin, Thomas Macy, Christopher Hussey, Richard Swayne, Thomas Barnard, Peter Coffin, John Swayne e William Pike. La vendita è fatta per 30 sterline di sterline e due cappelli di castoro.

Siasconset, MA, 1797, per gentile concessione di Nantucket Historical Association

1676
La caccia alle balene a Nantucket mette radici quando i coloni costruiscono piccoli villaggi di pescatori a Quidnet e Siasconset.

1690
Ichabod Paddock, un abitante di Long Island, viene reclutato dagli abitanti di Nantucket per aumentare l'efficienza delle loro operazioni di caccia alle balene.

Flensing Ashore, per gentile concessione: New Bedford Whaling Museum

1700
Circa 60 coloni inglesi e 160 nativi americani Wampanoag sono impegnati nella caccia alle balene a Nantucket.

1702
John Richardson, un quacchero, visita Nantucket e fa proseliti a Mary Coffin Starbuck come una figura civica di spicco, la conversione di Starbuck è cruciale per l'ascesa dei quaccheri lì.

Caccia alle balene al largo della costa di Nantucket, per gentile concessione di Nantucket Historical Association

1712
Il nantucketer Christopher Hussey uccide il primo capodoglio dell'isola e inizia la caccia alle balene nelle profondità oceaniche. Per il prossimo secolo e mezzo, gli abitanti di Nantucket si specializzeranno nella caccia ai capodogli.

1750
Tryworks - forni in mattoni utilizzati per produrre olio dal grasso di balena - vengono installati per la prima volta sulle navi, aumentando la redditività e prolungando la durata dei viaggi di caccia alle balene.

1767
Il famoso mercante di balene di Nantucket Joseph Rotch si stabilisce a New Bedford, anticipando l'importanza futura della città per l'industria baleniera.

Una famiglia su una passerella sul tetto che si affaccia su Nantucket Sound, per gentile concessione: Nantucket Historical Association

1775-1783
Durante la guerra rivoluzionaria, le navi baleniere sono prese di mira dalla Marina britannica con conseguenze quasi fatali per l'industria. La flotta di Nantucket è ridotta da 150 navi a meno di 30, e anche i porti di altre parti del Massachusetts e di Long Island sono colpiti allo stesso modo. Molti mercanti di Nantucket, che prima della guerra avevano forti legami commerciali con la Gran Bretagna, trasferiscono le loro operazioni di caccia alle balene all'estero, a Londra, in Canada e in Francia.

1783
Diverse aziende baleniere, scosse dalla distruzione della guerra, trasferiscono le loro operazioni da Newport, Providence e Nantucket a Hudson, NY, che dista più di 100 miglia dall'oceano aperto.

1785
La Gran Bretagna, ansiosa di sovvenzionare la propria industria baleniera (e forse di rimproverare i suoi ex sudditi ribelli), impone un dazio sulle importazioni di olio di balena. L'ambasciatore degli Stati Uniti in Gran Bretagna John Adams sostiene notoriamente al primo ministro William Pitt che il dovere "sacrifica l'interesse generale della nazione [Gran Bretagna] agli interessi privati ​​di alcuni individui". L'argomentazione di Adams è respinta e l'obbligo è confermato.

1789
Una baleniera britannica, il Amelia, diventa il primo a navigare intorno a Capo Horn alla ricerca delle balene.

1790-1820
Con la scoperta dei "territori costieri" ricchi di balene al largo delle coste del Sud America, l'Oceano Pacifico è una destinazione sempre più popolare per le baleniere americane.

1807
La flotta di Nantucket si è ripresa dalle perdite della guerra rivoluzionaria e con 116 navi è la più grande della giovane repubblica americana.

1812-1815
Guerra del 1812: come durante la Rivoluzione, le navi baleniere americane sono preda della marina britannica, diverse dozzine vengono sequestrate o distrutte, e tra i porti balenieri americani solo Nantucket continua a inviare viaggi.

Primavera 1818
Proprio quando i fondali onshore si sono esauriti di balene, i "terreni offshore" densamente popolati vengono trovati dalla baleniera Nantucket Globo più di 1.000 miglia dalla costa sudamericana.

ottobre 1818
Un caso giudiziario a New York, Maurice contro Judd, viene provato se l'olio delle balene si qualifica come "olio di pesce" (che è tassato). In questione sono le comprensioni in evoluzione delle scienze naturali e della tassonomia.

Una caccia alle balene, per gentile concessione: Nantucket Historical Association

1818
Dopo la guerra del 1812, l'industria baleniera entra nella sua "età dell'oro". Tra gli investitori attratti dall'industria c'è il romanziere James Fenimore Cooper, che, mentre visita un parente a Sag Harbor, Long Island, investe in una società di caccia alle balene. (L'investimento alla fine restituisce una perdita.)

1820
La baleniera di Nantucket Essex è stufato da un capodoglio nel mezzo del Pacifico. Temendo i cannibali nelle vicine Isole Marchesi, la maggior parte dei membri dell'equipaggio si accalca su tre piccole baleniere e si dirige a est per un viaggio di 3.000 miglia verso la costa del Perù. Quando due delle barche vengono recuperate quasi tre mesi dopo (la terza barca è persa), i membri dell'equipaggio sopravvissuti ammettono di mantenersi con i corpi dei loro compagni di bordo.

1822
Una goletta di Nantucket, Industria, parte per il Pacifico con un equipaggio tutto nero.

Riempire botti di olio di sperma, per gentile concessione: New Bedford Whaling Museum

1823
Per la prima volta, la flotta baleniera di New Bedford supera quella di Nantucket.

1840
Herman Melville, 21 anni, firma a bordo della baleniera Acushnet fuori Fairhaven. Resterà in mare per più di tre anni.

1841
Durante una "gam" con la baleniera Lima nel Sud Pacifico, Melville incontra William Henry Chase, figlio di Owen Chase, che gli presenta una copia del racconto di suo padre.

La vita nelle Isole Marchesi, per gentile concessione di Corbis

1842
A luglio, Melville abbandona il Acushnet e trascorre diverse settimane a terra nelle Isole Marchesi.

1846
Già svantaggiata da un banco di sabbia alla foce del suo porto (che era proibitivo per le baleniere più grandi tipiche dell'età dell'oro dell'industria), Nantucket è devastata dal Grande Incendio. L'industria baleniera non si riprenderà mai.

1848
L'arpione a levetta - un'arma sostanzialmente più efficace del suo predecessore scanalato - è inventato da Lewis Temple, un fabbro afroamericano.

luglio 1848
Il capitano della baleniera di Sag Harbor, Thomas Welcome Roys, apre l'Artico ai balenieri americani attraverso il Bering Straight. La caccia alle balene nell'Artico acquisirà un'importanza crescente dopo la metà del secolo, poiché l'industria sposta la sua attenzione dal petrolio ai fanoni.

dicembre 1848
Gli artisti di New Bedford Caleb Purrington e Benjamin Russell debuttano con il loro panorama in movimento di 1.295 piedi di "A Whaling Voyage Around the World", proprio mentre l'interesse popolare nel settore sta raggiungendo il picco. Tra gli eventi raffigurati nel panorama c'è lo speronamento del Essex e l'ammutinamento a bordo della baleniera Sharon di Fairhaven.

gennaio 1849
La baleniera di Nantucket Aurora salpa per San Francisco. Entro dicembre sarà abbandonato nel porto quando l'equipaggio si dirigerà verso l'interno alla ricerca dell'oro.

15 ottobre 1850
Una lettera aperta inviata al Amico di Honolulu da una "Balena Polare" lamenta "l'assassinio a sangue freddo" dei coetanei di quella balena e chiede: "La nostra razza deve estinguersi?"

1850
A causa dei profitti derivanti dall'olio di balena e dai fanoni, New Bedford è la città più ricca pro capite del paese.

Una balena distrugge una barca, Courtesy: Mariner's Museum

agosto 1851
La nave balena Anna Alexander, in crociera nel Pacifico sotto il comando del Capitano Deblois, diventa la seconda nave del genere ad essere forgiata da una balena, 30 anni dopo il Essex.

novembre 1851
Moby Dick è pubblicato negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. È stroncato dai critici letterari.

Note di Melville sul capitano Pollard, per gentile concessione di Houghton Library, Harvard

1853
L'"età dell'oro" della caccia alle balene americana raggiunge un picco vertiginoso. Nell'anno più redditizio del settore, le vendite di prodotti balena ammontano a 11 milioni di dollari.

1858
È riportato in Amico di Honolulu che almeno 42 mogli hanno accompagnato i loro mariti-capitani in viaggi di caccia alle balene nel Pacifico. Dal 1850, questa pratica è diventata più comune, con molte mogli che stabiliscono famiglie stagionali alle Hawaii, ormai un importante porto di scalo per le baleniere americane tra le crociere nell'Artico.

Olio in una fattoria, per gentile concessione: Biblioteca pubblica di New York

1859
Dopo più di un anno di trivellazioni, Edwin Drake scopre finalmente il petrolio a Titusville, in Pennsylvania. Il petrolio, più economico, più abbondante e più facilmente reperibile dell'olio di balena, presto sostituirà l'olio di balena nel mercato degli illuminanti.

1861
La Stone Fleet, composta da 24 baleniere di New Bedford acquistate dalla Union Navy, salpa per Charleston, South Carolina, dove viene affondata in massa per bloccare il porto dai corridori che sostengono gli interessi confederati.

1864-1865
Il predone confederato CSS Shenandoah terrorizza le navi baleniere di New Bedford nel Pacifico.

1871
Un primo inverno intrappola 32 baleniere - una parte sostanziale della flotta americana - nel ghiaccio artico. Gli equipaggi, metà dei quali sono nativi hawaiani, vengono salvati, ma tutte le navi sono perse.

1876
Un altro disastro artico rivendica altre 12 baleniere.

1879
Il Maria ed Elena viene varata come la prima baleniera a vapore negli Stati Uniti.

1886
Mentre le ferrovie aumentano l'efficienza del trasporto da costa a costa, San Francisco supera New Bedford come il principale porto baleniere della nazione.

1891
Muore Hermann Melville.

Uomini che tengono in mano dei fagotti, per gentile concessione di Nantucket Historical Association

1907
Paul Poiret, un designer parigino, introduce una linea di abbigliamento femminile "sottile, su e giù", riducendo la domanda di corsetti e quindi fanoni.

1924
La baleniera di New Bedford vagabondo viene arenata da un uragano a Cuttyhunk nella Baia di Buzzard, portando l'industria baleniera americana a una fine simbolica. Il vagabondo si stava imbarcando per l'ultima baleniera a bordo di una nave a vela.

1986
L'International Whaling Commission vieta la caccia commerciale alle balene dopo un movimento globale contro la caccia alle balene negli anni '70. Il divieto, tuttavia, consente la caccia alle balene per la ricerca scientifica. Questa disposizione ha permesso a paesi come il Giappone di balenare con permessi di ricerca scientifica.


Quando ha smesso di cacciare le balene i Nuu-Chah-Nulth? - Storia

Un passaggio simile a uno scivolo installato sul retro di una nave madre. È usato per tirare su le balene catturate. Poiché gli scali di alaggio consentivano la macellazione sul ponte, le operazioni furono notevolmente semplificate. L'invenzione degli scali di alaggio è stata un'innovazione tecnica molto importante nella moderna storia della caccia alle balene.

Claw (pinza pinna caudale)

Uno strumento per agganciare la pinna caudale di una balena per tirare su una balena di grandi dimensioni su una nave madre. Nell'era in cui le balene blu e le balenottere comuni erano l'obiettivo principale, ha svolto un ruolo importante passare le balene catturate a una nave madre rafforzando la funzione dello scalo di alaggio. Non è più utilizzato per l'attuale ricerca sulla caccia alla balenottera minore.

Sistema olimpico

Un metodo "first come, first take" di gestione della caccia alle balene, utilizzato prima dell'adozione del sistema delle quote di cattura per paese. Con questo metodo le flotte di ciascun paese gareggiavano con altri paesi per catturare il maggior numero possibile di balene all'interno dell'intera quota di cattura mondiale. Ogni flotta doveva segnalare ogni settimana il numero di balene catturate all'Ufficio internazionale per le statistiche sulla caccia alle balene a Sandefjord in Norvegia. L'ufficio ha utilizzato queste informazioni per prevedere il giorno in cui raggiungere la quota di cattura e ha notificato a ciascuna flotta il giorno in cui interrompere la caccia alle balene con un preavviso di una settimana. Tutte le flotte hanno dovuto interrompere la caccia alle balene in questo giorno. Questo metodo è stato chiamato "sistema olimpico". Questo metodo di gestione ha portato all'esaurimento delle risorse delle balene.

Sistema di unità balenottere azzurre

A Nel periodo di massimo splendore della caccia alle balene, dove l'olio di balena era l'oggetto principale della caccia alle balene, le balene venivano contate in base al potenziale dell'olio di balena che una balena blu era uguale a due pinne, due megattere e mezzo o sei balene sei. Di conseguenza, le balene più redditizie sono state sovrasfruttate e la popolazione di balene di grandi dimensioni come le balene blu è diminuita drasticamente.

Nuova procedura di gestione (NMP)

Un sistema di gestione delle risorse delle balene proposto da K. Allen alla riunione dell'IWC nel 1974 e applicato alla caccia alle balene in Antartide dalla stagione 1975-76. Noto anche come sistema MSY (Maximum Sustainable Yield). In questa procedura, le risorse di balene sono state suddivise in tre categorie stock di gestione iniziale, stock di gestione sostenuta e stock protetti. Ha vietato la cattura di stock protetti e ha consentito la cattura di determinate quantità di stock a gestione sostenuta e stock di gestione iniziale calcolati in base al loro rendimento massimo sostenibile. MSY è l'aumento annuo della popolazione al livello ottimale (il livello in cui il tasso di panatura raggiunge il picco). Questo sistema di gestione era una procedura rigorosa incentrata sulla protezione delle risorse e richiedeva così tante informazioni biologiche. Poiché non c'erano abbastanza informazioni disponibili, questo sistema non ha funzionato bene.

Stock di Gestione Iniziale: uno stock la cui popolazione è superiore al 120% del livello ottimale Stock di Gestione Sostenibile: uno stock la cui popolazione rientra tra il 120 - 90% del livello ottimale Stock Protetto: uno stock la cui popolazione è inferiore al 90% del livello ottimale

Procedura di gestione rivista (RMP)

Dopo il fallimento del nuovo sistema di gestione, il comitato scientifico dell'IWC si è sforzato di sviluppare un sistema di gestione delle risorse che potesse funzionare nelle circostanze in cui non erano disponibili informazioni sufficienti. Sono state proposte cinque procedure di gestione e, dopo un'ampia sperimentazione, è stata adottata quella proposta da J. Cook, che è stata finalizzata come procedura di gestione rivista nel 1992. Questa procedura non richiede alcuna informazione biologica e può calcolare le quote di cattura basandosi solo sulla quantità stimata di risorse e record di catture passate. Questa procedura è un metodo altamente sicuro poiché viene applicato a ogni stock (unità del gruppo vivente) di balene individualmente. Completando lo sviluppo della Procedura di Gestione Rivista, è stato compiuto il lavoro scientifico del Sistema di Gestione Rivisto, condizione necessaria per la ripresa della caccia alle balene.

Dichiarazione di St. Kitts e Nevis 58a riunione annuale della Commissione baleniera internazionale giugno 2006

IWC/58/16 Rev
Punto all'ordine del giorno 19

St. Kitts e Nevis, Antigua e Barbuda, Benin, Cambogia, Camerun, Costa d'Avorio, Dominica, Gabon, Gambia, Grenada, Repubblica di Guinea, Islanda, Giappone, Kiribati, Mali, Repubblica delle Isole Marshall, Mauritania, Mongolia , Marocco, Nauru, Nicaragua, Norvegia, Repubblica di Palau, Federazione Russa, Santa Lucia, San Vincenzo e Grenadine, Isole Salomone, Suriname, Togo, Tuvalu.

SOTTOLINEANDO che l'uso dei cetacei in molte parti del mondo, compresi i Caraibi, contribuisce a comunità costiere sostenibili, mezzi di sussistenza sostenibili, sicurezza alimentare e riduzione della povertà e che pone l'uso delle balene al di fuori del contesto della norma universalmente accettata di gestione basata sulla scienza e la creazione di regole per ragioni emotive creerebbe un brutto precedente che mette a rischio il nostro uso della pesca e di altre risorse rinnovabili

SOTTOLINEANDO ULTERIORMENTE che l'uso delle risorse marine come parte integrante delle opzioni di sviluppo è di fondamentale importanza in questo momento per un certo numero di paesi che sentono la necessità di diversificare la propria agricoltura

COMPRESO che lo scopo della Convenzione internazionale del 1946 per la regolamentazione della caccia alle balene (ICRW) è "provvedere alla corretta conservazione degli stock di balene e quindi rendere possibile lo sviluppo ordinato dell'industria baleniera E (citato dal preambolo della Convenzione) e che la Commissione baleniera internazionale (IWC) si occupa quindi di gestire la caccia alle balene per garantire che gli stock di balene non siano sovrasfruttati piuttosto che proteggere tutte le balene indipendentemente dalla loro abbondanza

RILEVANDO che nel 1982 l'IWC ha adottato una moratoria sulla caccia commerciale alle balene (paragrafo 10 e dell'allegato all'ICRW) senza il parere del comitato scientifico della Commissione che tale misura fosse necessaria a fini di conservazione

RILEVANDO INOLTRE che la moratoria, che era chiaramente intesa come misura temporanea, non è più necessaria, che la Commissione ha adottato una procedura solida e avversa al rischio (RMP) per il calcolo delle quote per abbondanti stock di balenottere nel 1994 e che il comitato scientifico dell'IWC ha convenuto che molte specie e stock di balene sono abbondanti e che la caccia alle balene sostenibile è possibile

PREOCCUPATA che, dopo 14 anni di discussioni e negoziazioni, l'IWC non sia riuscito a completare e attuare un regime di gestione per regolamentare la caccia commerciale alle balene.

ACCETTANDO che la ricerca scientifica ha dimostrato che le balene consumano enormi quantità di pesce rendendo la questione della sicurezza alimentare per le nazioni costiere e richiedendo che la questione della gestione degli stock di balene debba essere considerata in un contesto più ampio di gestione dell'ecosistema poiché la gestione dell'ecosistema ha ormai diventato uno standard internazionale.

RIFIUTANDO come inaccettabile che un certo numero di ONG internazionali con campagne di interesse personale utilizzino le minacce nel tentativo di indirizzare la politica del governo su questioni di diritti sovrani relativi all'uso delle risorse per la sicurezza alimentare e lo sviluppo nazionale

RILEVANDO che la posizione di alcuni membri che si oppongono alla ripresa della caccia commerciale alle balene su base sostenibile indipendentemente dallo stato degli stock di balene è contraria all'oggetto e allo scopo della Convenzione internazionale per la regolamentazione della caccia alle balene

COMPRENDERE che l'IWC può essere salvato dal collasso solo attuando misure di conservazione e gestione che consentiranno una caccia alle balene controllata e sostenibile che non significherebbe un ritorno alla raccolta eccessiva storica e che la continua incapacità di farlo non serve né agli interessi della conservazione né della gestione delle balene

ORA QUINDI:

I COMMISSARI esprimono la loro preoccupazione per il fatto che l'IWC non ha rispettato i suoi obblighi ai sensi dell'ICRW e,

DICHIARANO il nostro impegno a normalizzare le funzioni dell'IWC sulla base dei termini dell'ICRW e di altre leggi internazionali pertinenti, del rispetto della diversità culturale e delle tradizioni dei popoli costieri e dei principi fondamentali dell'uso sostenibile delle risorse e della necessità di una politica basata sulla scienza e la regolamentazione accettata come standard mondiale per la gestione delle risorse marine.


Il patrimonio della caccia alle balene di New Bedford

Arpionare una balena. Immagine gentilmente concessa da: New Bedford Whaling Museum Sebbene la terra su cui New Bedford si trova attualmente sia stata acquistata dal popolo Wampanoag nel 1652, l'area non è stata sviluppata come porto baleniere fino alla metà del 1700. Nel 18° secolo, le balene venivano catturate nelle acque vicino alla costa. La vicina isola di Nantucket aveva un vantaggio su New Bedford perché si trovava più vicino alle rotte migratorie delle balene.

Mentre i viaggi si spostavano più al largo nel 19° secolo, il porto meno profondo di Nantucket, ostruendo banchi di sabbia e banchi di sabbia pericolosi ha portato al suo declino come porto baleniere. Man mano che i viaggi andavano sempre più oltre Capo Horn (Cile) e il Capo di Buona Speranza (Sud Africa) in cerca di prede, le navi aumentarono di dimensioni e l'industria baleniera di New Beford crebbe grazie ai suoi servizi.

Nel 1800, 17 navi partirono da Nantucket rispetto alle sette da New Bedford. Nel 1815, Nantucket vantava 50 navi contro le 10 di New Bedford e nel 1820, Nantucket era più numerosa di New Bedford, da 45 a 36. Il divario si ridusse rapidamente da allora in poi. Nel 1823, New Bedford superò Nantucket nel numero di baleniere in partenza ogni anno per i viaggi, e non abbandonò mai il suo vantaggio. Con l'arrivo della ferrovia nel 1840 e un più facile accesso ai mercati di New York e Boston, New Bedford divenne la città più ricca del mondo.

Nel suo periodo di massimo splendore, l'industria baleniera di New Bedford ha influenzato la sua industria costiera, la moda, l'architettura e la cultura. Oggi, le radici della caccia alle balene della città sono rappresentate nella sua arte, industria e demografia.

Charles W. Morgan. Foto per gentile concessione: Mystic Seaport Charles W. Morgan
Il Charles W. Morgan è l'ultima baleniera americana ancora a galla. Nei suoi 80 anni di carriera, la Morgan ha effettuato 37 viaggi di caccia alle balene. Maggiori informazioni.

Custom House degli Stati Uniti. Foto per gentile concessione: NPS Dogana
La US Custom House di New Bedford è la più antica dogana ininterrotta del paese. I maestri balenieri del passato hanno registrato le loro navi e merci in questo edificio, mentre le navi commerciali di oggi continuano a registrare dazi e tariffe qui. Maggiori informazioni.

Statua che commemora il tempio di Lewis. Foto per gentile concessione: NPS Tempio di Lewis
Lavorando come fabbro, l'afroamericano Lewis Temple ha creato uno strumento che ha rivoluzionato l'industria della caccia alle balene. Il ferro a ginocchiera del Tempio è fissato nella carne di balena meglio dei precedenti modelli di arpione. Maggiori informazioni.

Tritare grasso di balena. Foto per gentile concessione: New Bedford Whaling Museum La vita a bordo di una baleniera
Tra gli avvistamenti di balene, i membri dell'equipaggio riparavano l'equipaggiamento, scrivevano lettere, giocavano e suonavano musica e facevano mestiere per passare il tempo. Maggiori informazioni.

Paolo Cuffi. Immagine per gentile concessione: Biblioteca del Congresso Paul Cuffe
Nato sull'isola di Cuttyhunk da un uomo africano liberato e una donna nativa americana, Paul Cuffe è cresciuto fino a diventare un capitano di balene di successo e un membro rispettato della sua comunità. Maggiori informazioni.

Tagliare la testa di un capodoglio. Foto per gentile concessione: New Bedford Whaling Museum La caccia alla balena
Catturare e trattare le balene era un lavoro sporco e pericoloso. Maggiori informazioni.

Colpo di capodoglio. Foto per gentile concessione: Hebridean Whale and Dolphin Trust Popolazioni di balene
L'industria baleniera ha devastato le popolazioni di balene in tutto il mondo. Il Congresso degli Stati Uniti non ha protetto legalmente le balene fino al 1972. Ulteriori informazioni.

Barili di petrolio scaricati dalle baleniere. Foto per gentile concessione: New Bedford Whaling Museum/ NPS Prodotti balena
Il petrolio, il grasso e i fanoni delle balene spiaggiate erano così redditizi da ispirare la caccia commerciale alle balene. Un viaggio di successo significava raccogliere questi prodotti da almeno 50 balene. Maggiori informazioni.

Mappa delle correnti e delle balene (1845). Immagine per gentile concessione: Digital Public Library of America Conoscenza del mondo
Dopo l'indipendenza dell'America, le informazioni e gli artefatti raccolti dai balenieri hanno ampliato la conoscenza americana del mondo e ne hanno influenzato le politiche. Maggiori informazioni.

Via Centro. Per gentile concessione del New Bedford Whaling Museum

La vita sulla riva
L'industria baleniera richiedeva molte industrie di supporto che fornivano materiali, strumenti, cibo e altri prodotti necessari per far funzionare una baleniera. Questi abili artigiani o "meccanici" includevano Maggiori informazioni.


Perché gli abitanti di Nantucket hanno smesso di cacciare le balene?

La fortuna grassa è finita. Una serie di eventi per un periodo di circa trent'anni vedrebbe la "nazione di Nantucket", come fu soprannominata da Ralph Waldo Emerson, messa in ginocchio. Negli anni '30 dell'Ottocento i giacimenti petroliferi della Pennsylvania producevano cherosene, più economico e più facilmente ottenibile dell'oro liquido inseguito dai balenieri. Un incendio devastante, il Grande Incendio del 1846, scoppiò nella notte, lasciando la città una rovina fumante e centinaia di senzatetto e indigenti. I viaggi di caccia alle balene, durati anni, erano terribilmente costosi e le zone di caccia alle balene erano state sovrasfruttate. Un banco di sabbia all'ingresso del magnifico porto di Nantucket impediva alle baleniere molto più grandi e pesantemente caricate di avvicinarsi ai moli, e dovevano essere scaricate fuori dal bar o trasportate su di esso in un ingegnoso bacino di carenaggio galleggiante chiamato “camelli. ” I porti continentali di New Bedford e Salem avevano accesso alle fiorenti ferrovie. L'oro è stato scoperto in California e centinaia di uomini di Nantucket sono andati lì per cercare fortuna nella terra come erano stati cercati nel mare. La guerra civile avrebbe sferrato il colpo finale: quasi 400 uomini di Nantucket si erano schierati con la causa dell'Unione, settantatre dei quali avevano perso la vita. Le loro famiglie a Nantucket, senza infrastrutture economiche in atto, avrebbero avuto tempi duri. Il lungomare, un tempo vivace, era pieno di relitti in decomposizione, non c'era industria che potesse avere successo o sostituire la pesca delle balene. Tra il 1840 e il 1870 la popolazione di Nantucket diminuì da quasi diecimila a poco più di quattromila.

La fine della caccia alle balene coincise quasi esattamente con la diminuzione dell'influenza della Società degli amici. Dilaniati da decenni di fazioni, i quaccheri sono scomparsi dal quadro, lasciando in eredità la cittadina incontaminata e, naturalmente, due secoli di storia dinamica.

Estratto da “Nantucket in a Nutshell” di Elizabeth Oldham, Nantucket storico, Inverno 2000, vol. 49. N. 1

La Nantucket Historical Association conserva e interpreta la storia di Nantucket attraverso i suoi programmi, collezioni e proprietà, al fine di promuovere il significato dell'isola e favorirne l'apprezzamento tra tutto il pubblico.


Caccia alla balena

Dalla fine del 1600, quando gli abitanti di Nantucket raccolsero per la prima volta il pregiato petrolio dalle piccole balene che arrivarono a riva, fino ai due secoli successivi, quando le baleniere di Nantucket avrebbero attraversato gli oceani del mondo nei loro leggendari viaggi di tre, quattro e cinque anni in ricerca di "fortuna grassa": la ricerca delle balene e dei loro lucrosi sottoprodotti divenne l'attività principale di Nantucket e la base della sua economia. Dalla metà del 1700 alla fine del 1830, Nantucket fu la capitale mondiale della caccia alle balene. Come ha scritto Melville in Moby Dick: “Così hai questi . . . Gli abitanti di Nantucket hanno invaso e conquistato il mondo acquatico come tanti Alexanders.” Questo argomento esplora questo argomento ampio e variegato della caccia alle balene di Nantucket da allora fino ad oggi.


    Molte navi di Nantucket fecero viaggi di tenuta verso le coste sud-orientali e sud-occidentali del Sud America tra il 1793 e il 1821, con . Leggi di più da Identificazione della nave Eliza di Nantucket
    Joseph William Plasket (2 giugno 1775-19 aprile 1827) è stato un maestro di mare che ha vissuto per la maggior parte della sua vita a . Altro Leggi di più da Schizzo biografico di Joseph W. Plasket
    Il macabro destino della baleniera Essex di Nantucket costituisce il fulcro dell'episodio più drammatico della caccia alle balene americana. . Leggi di più dalla prima foto del Essex Disastro
    Molti conoscono il destino della baleniera Essex di Nantucket, forgiata da una balena nell'Oceano Pacifico e . Altro Leggi di più da Lost and Found in Papahanaumokuakea Marine Nantucket Monument: Il possibile sito del relitto della nave baleniera di Nantucket Due fratelli
    Dopo essere sopravvissuto allo straziante calvario della baleniera Essex, il capitano George Pollard Jr. tornò a Nantucket a bordo della baleniera Two. Leggi di più da Account of the Wreck of the . di Thomas Nickerson Due fratelli
    UNA BALENA ERA IL MIO COLLEGIO DI YALE e la mia Harvard”, scrive Herman Melville in Moby-Dick (cap. 24). Ovviamente non lo era. Leggi di più da "Il mio Yale College e la mia Harvard": La scrittura di Sea Works di Herman Melville
    Nel 1998, l'NHA ha avviato un progetto per indicizzare i registri di caccia alle balene di Nantucket conservati nei suoi archivi e per creare file . Leggi di più da Herman Melville’s Moby Dick e i registri di caccia alle balene dell'NHA: alcuni confronti
    Moby-Dick di Herman Melville apparve originariamente nel 1851 con poca fanfara e ancor meno fama. Con una copertina grigia, scura e squallida, . Leggi di più dalle edizioni “Very Like a Whale” di Moby-Dick
    Uno degli artefatti più ironici ed emotivamente carichi da scoprire in un sito di un naufragio è una pista sonora, . Leggi di più da A Sounding Lead on a Distant Reef, Lezioni imparate dal Capitano Pollard
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    Dear Libby, I am researching Massachusetts courthouses. Do your records show who built the 1772 Nantucket Courthouse at Water Street . More Read more from Rotch Counting House and Pacific Club
    The manuscript collections in the Nantucket Historical Association Research Library contain a rich history of the more than three hundred . More Read more from Native Hawaiian Whalers in Nantucket, 1820-60
    Herman Melville wrote his classic novel Moby-Dick (1851) without having visited the island of Nantucket. The island and its whaling . More Read more from Herman Melville and Nantucket
    Pie crimper, nineteenth century Unknown maker Ivory, ebony, tortoiseshell, brass Gift of Robert M. Waggaman 1991.101.202 Pie crimpers are devices . More Read more from Pie Crimper
    Harpoons were not intended to kill a whale, but to attach a line by implanting the harpoon’s barbed head into . More Read more from Harpoons

The Nantucket Historical Association preserves and interprets the history of Nantucket through its programs, collections, and properties, in order to promote the island’s significance and foster an appreciation of it among all audiences.


The Golden Age of Yankee Whaling

After the Treaty of Ghent in 1814 ended the War of 1812, American shipping was free to carry on and the whaling ports began to grow. New Bedford, in particular, built its whaling fleet from 10 vessels in 1815 to 36 vessels five years later. Like Nantucket ships, the bulk of these were employed in sperm whaling voyages and New Bedford vessels were hunting throughout the oceans of the world.

At this time the classic American whaleship came into general use. These sturdy vessels were generally square-rigged ships of about 300 tons with the brick tryworks built onboard. They had wooden planks suspended from the starboard side where the officers could stand to cut into the whales tied up alongside. There were usually 30 to 35 men onboard and the ships carried three to five whaleboats. The ships were outfitted with whaling gear and enough provisions to last for a cruise of up to four years. Many ships were built specifically for whaling, but many others were converted merchant ships.

In 1841 alone, 75 whaling ships sailed out of New Bedford and the city was fast becoming one of the wealthiest in the nation. New Bedford was not alone. In 1834, 38 East Coast ports between Wiscasset, Maine and Wilmington, Delaware were endeavoring to make money in the whaling industry. Most failed. Through intense competition, industrial infrastructure and whaling expertise separated those ports that could maintain successful whaling fisheries from those that could not.

The New Bedford fleet reached its peak in 1857, when 329 vessels valued at more than $12 million employed more than 10,000 men. The Whaleman’s Shipping List newspaper listed 20 ports in 1855, most of those being the same New York and New England regions that also made up the list of whaling ports before the American Revolution. There was one important addition to that list, however: San Francisco, California.

Arctic whaling and the Civil War

In 1849, whaling master Thomas Welcome Roys of Sag Harbor, New York, sailed the ship Superior through the Bering Straits and into the Western Arctic. His quarry was the bowhead whale (Eubalæna mysticetus). With the hunting of this species, a new chapter in the history of American whaling had begun.

The bowhead is a very fat whale with thick blubber and baleen plates up to 13 feet long. The stocks of this whale in the Western Arctic waters had never been commercially exploited but hunting it was dangerous work in icy seas.

Markets for whale oil and baleen had been steady for many years, then the baleen market spiked around the time of the Civil War. The dictates of women’s clothing fashion in the form of hoop skirts and corsets brought long, flexible baleen into a pricey marketplace.

At this time the need for sperm whale oil for lighting was superceded by the discovery of petroleum in Pennsylvania in 1859 and the market for sperm whale products slackened. This marked the end for ports like Nantucket that had never wholly embraced Arctic whaling. Interestingly enough, Provincetown, Massachusetts, a port that specialized in short voyages and small vessels, continued successful whaling for many more years, but the peak of Yankee whaling had been passed. Access to the Western Arctic was easier from San Francisco, and the New Bedford whaling merchants moved offices and agents there so they could continue their business on both coasts. The opening of the transcontinental railroad in 1869 further consolidated the dual coast whaling business.

Voyages to the Eastern Arctic also increased at this time, but bowhead whale populations there had been commercially exploited for 200 years. Filling the ships often required crews to winter over, a proposition equally as dangerous as whaling in the Western Arctic.

The Civil War, like the wars before, was very bad for the whaling fleet. Confederate cruisers like the Shenandoah, the Alabama and the Florida destroyed more than 50 Yankee whalers. In addition, New Bedford contributed 37 old whaling ships to the war effort in the form of the “Stone Fleet.” These vessels were filled with rocks and sunk at the mouths of Southern harbors in an attempt to block shipping.

After the war, two Arctic disasters, one in 1871 and the other in 1876 claimed 30 New Bedford ships and 15 from other ports. Whaling ports lost millions of dollars in these disasters and as ships were lost owners could seldom afford to replace them, as the markets for whale products continued to decline.


Spirits of Our Whaling Ancestors: Revitalizing Makah and Nuu-chah-nulth Traditions

Following the removal of the gray whale from the Endangered Species list in 1994, the Makah tribe of northwest Washington State announced that they would revive their whale hunts their relatives, the Nuu-chah-nulth Nation of British Columbia, shortly followed suit. Neither tribe had exercised their right to whale - in the case of the Makah, a right affirmed in their 1855 Following the removal of the gray whale from the Endangered Species list in 1994, the Makah tribe of northwest Washington State announced that they would revive their whale hunts their relatives, the Nuu-chah-nulth Nation of British Columbia, shortly followed suit. Neither tribe had exercised their right to whale - in the case of the Makah, a right affirmed in their 1855 treaty with the federal government - since the gray whale had been hunted nearly to extinction by commercial whalers in the 1920s. The Makah whale hunt of 1999 was an event of international significance, connected to the worldwide struggle for aboriginal sovereignty and to the broader discourses of environmental sustainability, treaty rights, human rights, and animal rights. It was met with enthusiastic support and vehement opposition.

As a member of the Nuu-chah-nulth Nation, Charlotte Cote offers a valuable perspective on the issues surrounding indigenous whaling, past and present. Whaling served important social, economic, and ritual functions that have been at the core of Makah and Nuu-chahnulth societies throughout their histories. Even as Native societies faced disease epidemics and federal policies that undermined their cultures, they remained connected to their traditions. The revival of whaling has implications for the physical, mental, and spiritual health of these Native communities today, Cote asserts. Whaling, she says, "defines who we are as a people."

Her analysis includes major Native studies and contemporary Native rights issues, and addresses environmentalism, animal rights activism, anti-treaty conservatism, and the public's expectations about what it means to be "Indian." These thoughtful critiques are intertwined with the author's personal reflections, family stories, and information from indigenous, anthropological, and historical sources to provide a bridge between cultures.


Whaling The Old Way

Life on a nineteenth-century whaler was thrilling, tedious, and often disgusting.

Using age-old methods, whalemen work to remove the jaw of a sperm whale.

Courtesy of the New Bedford Whaling Museum

“What do ye do when ye see a whale, men?”
“Sing out for him!” was the impulsive rejoinder from a score of clubbed voices.
“Good!” cried Ahab, with a wild approval in his tones observing the hearty animation into which his unexpected question had so magnetically thrown them.
“And what do ye next, men?”
“Lower away, and after him!”
“And what tune is it ye pull to, men?”
“A dead whale or a stove boat!”

The call-and-response of Ahab’s maniacal pep rally—a string of, as Ishmael puts it, “seemingly purposeless questions” with which the Pequod’s captain stirs his crew into a bloodthirsty furor for whale-killing—culminates in what one scholar of American folklore has called the “universal motto” of nineteenth-century whalemen: “A dead whale or a stove boat!” Like a seagoing version of the Depression-era bumper slogan “California or bust,” the phrase pithily evokes both the mariners’ desperate dedication to the pursuit and destruction of their prey and the extreme risks they incurred in the process. “A dead whale” was, of course, the desired outcome of the chase, but “a stove boat”—a wrecked mess of splintered timber, fouled tackle, and flailing bodies—was just as likely. For the fictional crew of the Pequod, as for the real whalemen of the day, whaling was more mortal combat than straightforward hunt: Six sailors in a flimsy, open whaleboat, armed with only handheld harpoons and lances, pitting themselves at every opportunity against the singular terror of a true sea monster, the sperm whale, an animal that, when fully grown, could measure sixty-two feet in length, weigh eighty tons, and wield, to deadly purpose, a eighteen-foot jaw studded with seven-inch teeth.

Into the Deep: America, Whaling & the World, a new American Experience documentary by Ric Burns, is alive with the all-or-nothing ethos of the nineteenth-century whaleman. Drawing its central narrative arc from two of the most famous man-versus-whale tales of the era—the true, though at the time unthinkable, story of the Essex, a whaleship sunk in the middle of the Pacific by an enraged sperm whale, and the dark masterpiece it partially inspired, Herman Melville’s Moby-Dick—the film follows the history of the American trade as it evolved from the colonial practice of “drift whaling” through the so-called Golden Age, which lasted from shortly after the War of 1812 until the commercialization of petroleum after it was successfully drilled in 1859. During that time, Nantucket, New Bedford, and other port towns sent hundreds of ships all over the globe in search of leviathans. This was before modern whaling technologies reduced the drama and heroics of the chase to mere assembly-line slaughter, when whaling still represented, in the words of several scholars interviewed in the film, a “primordial . . . epic hunt, . . . tap[ping] into something very basic about human existence and experience,” “a spiritual endeavor,” and a “peculiar combination of romance, . . . danger, and exoticism.” Those brave enough to ship out on a Yankee whaler could expect to hunt the biggest game, explore new corners of the ocean and faraway lands, dally with foreign women, and hack to pieces and boil down behemoth carcasses.

Aspettare. Hack and boil carcasses?

Awash in blubber: the deck of a whaleship during processing.

Courtesy of the New Bedford Whaling Museum

For all the antiquarian nostalgia that risks tinting our view of the fishery’s past, Into the Deep never loses sight of the simple fact that whaling was an industry—one of the largest, most profitable, and important businesses of its day, involving tens of thousands of workers at sea and on shore, and millions of dollars in annual investments and returns. It is a refreshingly clear perspective for those of us who may have thumbed quickly past the more technical chapters of Moby-Dick, or who imagine whaling through the narrow lens of those impressive painted and scrimshawed scenes of vicious whales smashing boats and tossing sailors in the air. Men went to sea for any number of reasons—to make a living, to escape the law, to find themselves—but once aboard a whaleship, their job was to supply the rapidly industrializing Western world with oil for its lamps, candles, and machinery, and baleen for its parasol ribs, horsewhips, and corsets. And as author Nathaniel Philbrick, one of the experts appearing in the film, said in a phone interview: “It’s not as though the harpoon hit the whale and—poof—magically it was turned into a profitable commodity.” To effect that transformation required some of the most difficult and disgusting labor of any industry of the time.

“We have to work like horses and live like pigs,” wrote Robert Weir, a greenhand (or first-time sailor), in his diary. His experiences aboard the whaleship Clara Bell from 1855 to 1858 correspond to many scenes from Into the Deep. After only forty-eight hours at sea, his “eyes,” he said, were already “beginning to open” to the harsh realities of his “rather dearly bought independence.” He had shipped out to cut ties with those on land—his family and creditors—but to what end? The life of a whaleman was not, it turned out, all battling leviathans, exploring exotic isles, and cavorting with natives. In fact, for the most part, it was downright miserable. The quarters were cramped, the food was awful, and the work, when there was any to be done, positively backbreaking. After one especially long day, Weir jotted in his diary, it “rained pretty hard in the evening—and I got wet and tired tending the rigging and sails. Tumbled into my bunk with exhausted body and blistered hands.” To this account he appended a one-word commentary, as bitterly sarcastic as it was short: “Romantic.”

Although wooden whalers required, as Weir put it, “innumerable jobs” just to keep afloat and moving forward, the really hard work of whaling didn’t begin until after the brief thrills of the chase were brought to a successful conclusion. If a whaleboat crew were skilled and lucky enough to kill a whale—to make it spout blood and roll “fin out,” in the colorful language of the fishery—the men would then have to tow the carcass to the waiting mother ship, which could be anywhere from a few yards to several miles distant. As Mary K. Bercaw Edwards, a professor of maritime literature at Williams College–Mystic Seaport Program, points out in the film, dragging tens of tons of deadweight through the water under oar was anything but easy: Six men working themselves raw could only achieve a top speed of one mile per hour. Even a mariner seasoned by years in the merchant service described towing a dead whale as “one of the most tedious and straining undertakings I have ever assisted at.”

Courtesy of the New Bedford Whaling Museum

And, as some of the archival photographs and footage Burns dredged up for Into the Deep graphically attest, things didn’t get any easier after the whaleboat met the ship. Brought alongside, the corpse was secured to the starboard side of the vessel, whale’s head to ship’s stern, by a large chain about its flukes and sometimes a wooden beam run through a hole cut into its head. Soon, all hands—except, in American whalers, the captain—were given over to the bloody task of “cutting-in,” by which the whale was literally peeled of its blubber—“as an orange is sometimes stripped by spiralizing it” is the simile Melville and other salts and scholars have used to illuminate the process. With a few deft slashes of a fifteen-foot cutting spade, an experienced mate would loosen a portion of flesh and blubber between the animal’s eye and fin, while another man, braving the sharks that were by now swarming the grisly mass, boarded the body, and fixed a huge hook to the cut swath of whale. Drawn up into the rigging, this hook began ripping a long strip of blubber, called a “blanket-piece,” from the carcass. Measuring some five feet wide, fifteen feet long, and ten to twenty inches thick, blanket-pieces were borne aloft and aboard, where they could be cut down to sizes suitable for “trying-out,” the next step.

Gruesome as cutting-in may seem to most of us, unaccustomed as we are to the scenes that unfold daily in slaughterhouses and aboard commercial fishing vessels, it was really nothing more than whale-scale butchery—certainly not the kind of thing any hunter, especially one who had just gone through all the trouble and gore of killing a whale, would cringe at. But trying-out, the process of boiling oil from the stripped blubber, was another story. Working around the clock in six-hour shifts for one to three days (depending on the size of the whale killed), the crew kept the two giant copper cauldrons of the try-works burning, tossing in hunks of blubber and barreling the gallons and gallons of oil they rendered. Almost every whaling memoir contains some stomach-turning account of this process. Melville’s highly poetic version is quoted in the film, but Charles Nordhoff’s 1856 Whaling and Fishing, with which the author aimed, he said, “to give a plain common sense picture of that about which a false romance throws many charms,” offers one of the most visceral litanies of the distasteful conditions trying-out created aboard ship. “Everything,” the seaman wrote, “is drenched with oil. Shirts and trowsers are dripping with the loathsome stuff. The pores of the skin seem to be filled with it. Feet, hands and hair, all are full. The biscuit you eat glistens with oil, and tastes as though just out of the blubber room. The knife with which you cut your meat leaves upon the morsel, which nearly chokes you as you reluctantly swallow it, plain traces of the abominable blubber. Every few minutes it becomes necessary to work at something on the lee side of the vessel, and while there you are compelled to breath in the fetid smoke of the scrap fires, until you feel as though filth had struck into your blood, and suffused every vein in your body. From this smell and taste of blubber, raw, boiling and burning, there is no relief or place of refuge.”

And there was more. To quote Melville: “It should not have been omitted that previous to completely stripping the body of the leviathan, he was beheaded.” As the blanket-pieces were rent from the dead whale, its body turned in the water, straining against the fixed head, until, with some more plying of a spade, the two portions were wrenched apart. If the head was of a manageable size, it was brought on deck if not, it was rigged to the side of the ship, nose down. Right, bowhead, and fin whales were relieved of their baleen, while sperm whales had the spermaceti, a substance contained in a head organ known as the case, bailed out in bucketfuls. “This is the good stuff,” says Philbrick in the film. “It’s as clear as vodka when you first open” the spermaceti organ, “but as soon as it touches air, it begins to oxidize,” taking on the white, waxy properties that caused early whalemen to mistake it for the animal’s semen. Scientists still don’t know what function spermaceti serves in whale physiology, but for the men and women of the nineteenth century, it was simply the best illuminant and lubricant money could buy. In fact, the light given off by candles manufactured with spermaceti was considered so superior to that of other types of candles that it served as the benchmark for all artificial light: One candlepower, as defined by the English Metropolitan Gas Act of 1860, was equivalent to the light of a pure spermaceti candle of one-sixth pound burning at a rate of one hundred and twenty grains per hour. The spermaceti-based unit survived until an international committee of standards agencies redefined the measure in 1909 to conform with the luminous properties of the then recently invented electric carbon filament bulb.

Crewmen pose beneath baleen, a filtration system found in the mouths of some whale species.

Courtesy of the New Bedford Whaling Museum

Finally, with all the blubber processed, all the spermaceti bailed, and the decapitated corpse left for the sharks and scavenging birds, the crew set about giving the ship a thorough scouring. This was accomplished with a combination of strong alkali and sand, or sometimes an effective concoction of human urine and whale blubber ash. Only when the ship was returned to its pre-processing shine—“with a sort of smug holiday look about her,” wrote one sailor—did the men even attempt to clean themselves. “Happy day it was for me,” remarked Nordhoff, “when I was once more permitted to put on clean clothes, and could eat biscuit without oil, and meat unaccompanied by the taste of blubber.” A well-earned respite to be sure, but, of course, only temporary: The entire laborious, nauseating operation, from chasing down to trying-out to cleaning up, would be repeated perhaps as many as one hundred and fifty times until, if the cruise was a “greasy” one—the whalemen’s esoteric but wholly appropriate word for “good,” “fortunate,” or “lucky”—the hold practically overflowed with whale oil, spermaceti, and baleen. A prospect that, one imagines, might have caused more than a few greenhands to hesitate for a moment before yelling, “There she blows!” at their next glimpse of a whale.

And yet, for all the hardships involved, men shipped with Yankee whalers in droves throughout the Golden Age. The experience of whaling was, it seems, something irreducible to the sum of its working parts. “At the end of the day,” Burns says, whaling in the nineteenth century was still “an extraordinarily primal, existential confrontation between human beings and what was really the last frontier of untamed nature, the oceans of the world.”

Indeed, Melville, Weir, Nordhoff, and countless other whalemen of the time didn’t just “work like horses and live like pigs” they had adventures, too. They took on and dispatched the largest animals on the planet, lived as captives among cannibals, saw islands no one had ever seen before, plumbed the depths of their souls and psyches while scanning the ocean from the masthead.

“At some point,” Burns says, “one wants to see whaling for what it was and understand the crucial admixture of cruelty, and greed, and nobility, and courage, and generosity, and selfishness, and withal the magnificence of the enterprise, even as one says, ‘Thank God it’s gone. Thank God we’re not out there on three-hundred-ton ships prowling the world, looking for mammals to turn into umbrella stays, lamp oil, and lubricant.’”

James Williford is a freelance writer in Washington, D.C.

Funding information

Into the Deep: America, Whaling & the World will air May 10 on PBS stations. The documentary received $725,000 in NEH funding. The New Bedford Whaling Museum in Massachusetts has received $499,217 in NEH funding for a teaching institute on Herman Melville, preservation assessment for its Pacific ethnography collection, and a permanent exhibition on the history of whaling.


Community, Public History, and the Failure of the Whaling Ship Progress

The importance of community undergirds nearly every corner and crevice of public history. From spatial communities bound by common geography to cultural communities of shared identity and lifeways, we almost instinctively understand that museums, archives, oral history projects, and other public history products require community engagement and engagement with communities. The reverse is also true: practitioners who work without the input of key community stakeholders often stumble in their efforts, cut off from the nourishment of meaningful collaboration. Even the fact that the word &ldquocommunity&rdquo has definitional elasticity adds strength to our craft, offering us a nimbleness to engage diverse constellations of communities (LGBTQ, BIPOC, people with disabilities, youth, and more) through our outreach, research, scholarship, and public-facing enterprises. But truthfully, none of these observations were on my mind when I began researching my book The Last Voyage of the Whaling Bark Progress: New Bedford, Chicago, and the Twilight of an Industry (McFarland Press, 2020), a project that ultimately asked me to consider the role of a community in the failure of one whaling museum and the eventual success of another.

Instead, my initial focus was on the fascinating fact that a New Bedford whaleship&mdasha whaling bark named Progress&mdashtraversed freshwater canals, rivers, and the Great Lakes to Chicago in order to be displayed at the World&rsquos Columbian Exposition of 1893. It was a story I stumbled into while doing genealogical research on my own community of ancestors. My introduction to the Progress came from my great, great-grandfather&rsquos New Bedford obituary, which in turn led me to discover that city&rsquos community of whaling captains, agents, and merchants during the industry&rsquos twilight years in the late nineteenth century. More specifically, I encountered a once-revered community living through dark days by the 1890s, when both whaling&rsquos labor and traditions were becoming increasingly anachronistic in Gilded Age America.

The more I explored this dwindling fraternity of whalemen, the more I realized there was another important facet to this story. Il Progress wasn&rsquot just displayed at the Columbian Exposition. It was conceived and presented as a whaling museum. And that meant all those questions I ask students in my museum studies courses could be applied to this largely forgotten case study from over a century ago. What is the role of a community (then or now) in the success or failure of a museum? What happens when a museum becomes separated from the community it interprets, commemorates, and memorializes?

In 1890s&rsquo New Bedford those still leading an increasingly abandoned way of life wanted to offer a faithful representation of their trade on the world stage. Early plans for a museum at the fair made it clear that the Progress was meant to be this community&rsquos paean to American whaling. Thousands turned out for the Progress&rsquos departure as it began its journey across North America to Chicago. On that blustery day in June 1892, few would have questioned the assumption that the whaling industry would be gloriously presented and lauded at the most important world&rsquos fair in the nation&rsquos history.

But it is worth pausing on that day to recognize a few key details. It actually wasn&rsquot New Bedford that was sending the Progress to the fair. Instead, a syndicate of Chicago investors, led by a Windy City coal baron named Henry Weaver, bought the whaling bark and financed the enterprise. Ultimately the museum that the Progress became lay in the hands of Chicago men, not whalers. And with the whaling industry a ghost of what it had once been, those time-honored museum loadstones of local memories, traditions, and community knowledge were also disappearing. What would this mean for the Progress and a didactic museum dedicated to whaling that was originally envisioned by those so intimately involved in the trade?

Things started off well. This last voyage included a series of intermediate stops as a ticketed attraction. Curious sightseers in Montreal, Buffalo, Racine, and Milwaukee all got a chance to visit the whaling museum before its big debut in Chicago in July 1892. That first stop in Montreal seemed to portend the kind of museum the New Bedford Board of Trade (the city&rsquos whaling elites who sold the Progress to Henry Weaver) expected for such a worthy industry. The press emphasized an almost encyclopedic compendium of whaling instruments and tools, and thoroughly embraced the notion that whaling was inherently interesting because of its romantic past and rugged je ne sais quoi. If New Bedford was guilty of industrial hagiography when it came to their local whaling industry, the early days of the Progress&rsquos final voyage did little to challenge that notion. I found myself quietly rooting for this version of the museum&mdashsomething that attempted to capture accurately the dangerous labor performed by the remnants of a whaling community.

But as my research continued I could see this was not to be. After the first showing in Montreal, each additional westward stop away from New Bedford and toward Chicago seemed to push the Progress further from the concept of a faithful representation of whaling and the whaling industry. By the time the whaleship arrived in the waters of Lake Michigan the transformation into a museum of exotica, oddities, and maritime hodgepodge was nearly complete. A banner announced &ldquo10,000 marine curiosities between decks&rdquo and press accounts now emphasized beautiful seashells, a mummified Australian boy, a giant sea turtle, and myriad other objects that were decidedly not tools of the disappearing trade. Il Progress was moored on the Chicago River for several months prior to heading to the fairgrounds. By then even its New Bedford whaling crew had been replaced with freshwater sailors from Chicago&rsquos schooners. One exception was a non-white crewman who&mdashin an appeal to public appetites for racist exoticism&mdashthe museum promoters chose to present to public audiences as a &ldquoFiji King&rdquo because of his head-to-toe tattoos. According to the museum brochure, the man was the first such royal to grace Chicago.

Even though this museum of marine fantasias and displays of Otherness was a far cry from the original vision, could New Bedford at least feel validated that their former whaleship had made for a popular attraction? They could not. Il Progress was a failure on all fronts&mdasha relic from a dying industry few cared to remember, and an unmitigated financial disaster that lost its investors a fortune. The vessel became a running joke in the final years of the nineteenth century. At one point the once-proud whaling bark was listed for sale in the classified ads of the Chicago Tribune, just above the notice, &ldquoWanted&mdashA well trained driving goat.&rdquo Fire and dynamite eventually sent it to the bottom of Lake Michigan at the mouth of the Calumet River.

Some may wonder why I have devoted a book to documenting such a fiasco. I believe that while we rightly highlight good public history, failures can instruct us, too. Il Progress serves as a cautionary tale about becoming detached from our core communities, however we define them. Within a few months of the charred remnants of the Progress settling into a muddy Lake Michigan grave, the people of New Bedford gathered and began to plan a whaling museum in their own city. I do not view this as a coincidence of timing, and today the New Bedford Whaling Museum is a vibrant center of whaling history, science, and education. The physical and psychological distance between the Columbian Exposition and the wharves of New Bedford absolutely mattered.

Ultimately, I hope that my book sparks conversations about how to honor groups of laborers that may not be ready for their final eulogy or want a museum to become their mausoleum. I trust that contemporary curators can extract value from a microhistory speaking to us more than one hundred years later about how to present&mdashand not present&mdashan industry and people in transition. Modern museums like the Youngstown Historical Center of Industry & Labor and The Anthracite Heritage Museum in Scranton, Pennsylvania, expertly interpret the more recently declining industries of steel and coal, respectively. Like the New Bedford Whaling Museum, they are extremely successful because their exhibits and interpretive frameworks are deeply rooted in the communities that surround them, built through partnership and collaboration with workers and their descendants. These museums shine where the Progress failed, light and dark revelations of the same lesson told across the span of more than a century: our connections to community can never be forgotten or lost.


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