La storia

David Garnett

David Garnett



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David (Bunny) Garnett, l'unico figlio di Edward William Garnett (1868–1937) e di sua moglie, Constance Clara Garnett (1861–1946), nacque il 9 marzo 1892 a Brighton. Ha studiato alla University College School e al Royal College of Science, dove ha studiato botanica.

Durante la prima guerra mondiale Garnett si recò in Francia con la missione di soccorso delle vittime di guerra degli amici. e poi lavorò la terra. Dopo la guerra aprì una libreria nel cuore di Bloomsbury con il suo ragazzo, Francis Birrell. All'epoca uno dei suoi commessi lo descrisse come "bello, biondo e con gli occhi azzurri".

Garnett andò a vivere con il suo amante, Duncan Grant, e la sua amante, Vanessa Bell, la moglie di Clive Bell, a Wissett Lodge nel Suffolk. Successivamente si trasferirono a Charleston Farmhouse, vicino a Firle. Come Hermione Lee, l'autrice di Virginia Woolf (1996), sottolinea: "Vanessa, che si era innamorata di Duncan Grant prima dell'inizio della guerra, stava dipingendo in una fattoria sulla costa del Sussex, vivendo in un triangolo inquieto con Duncan e il suo nuovo amante, David (noto come Bunny) Garnett. Nel 1918 Bell diede alla luce la figlia di Grant, Angelica Bell. Garnett scrisse a Lytton Strachey poco dopo: "Penso di sposarlo. Quando lei avrà 20 anni, io ne avrò 46: sarà scandaloso?".

Lavorando in bottega conobbe diversi membri del Bloomsbury Group, che iniziarono a incontrarsi per discutere di questioni letterarie e artistiche. Altri membri del gruppo includevano Vanessa Bell, Clive Bell, John Maynard Keynes, E. M. Forster, Duncan Grant, Lytton Strachey, Frances Marshall, Ralph Partridge, Gerald Brenan, Roger Fry, Desmond MacCarthy e Arthur Waley. Marshall ha poi ricordato nella sua autobiografia, Ricordi (1981): "Non erano un gruppo, ma un numero di individui molto diversi, che condividevano certi atteggiamenti nei confronti della vita, ed erano amici o amanti. Dire che erano non convenzionali suggerisce una deliberata violazione delle regole; era piuttosto che loro erano abbastanza disinteressati alle convenzioni, ma appassionati alle idee.In genere erano di sinistra, atei, pacifisti nella prima guerra mondiale, amanti delle arti e dei viaggi, lettori accaniti, francofili. A parte le varie occupazioni come la scrittura, la pittura , economia, che perseguivano con dedizione, ciò che apprezzavano di più erano i discorsi - discorsi di ogni tipo, dal più astratto al più esilarante ribaldo e profano."

Gli amici di Garnett, Philip Morrell e Ottoline Morrell acquistarono Garsington Manor vicino a Oxford all'inizio della prima guerra mondiale e divenne un rifugio per obiettori di coscienza. Hanno lavorato nella fattoria della proprietà per sfuggire all'accusa. Divenne anche un luogo di incontro per un gruppo di intellettuali che includeva Garnett. Ha descritto Garsington nella sua autobiografia, I fiori del bosco (1955): "La pannellatura di quercia era stata dipinta di uno scuro blu-verde pavone; la dignità nuda e cupa del legno e della pietra elisabettiane era stata sopraffatta da una magnificenza quasi orientale: i lussi delle tende di seta e dei tappeti persiani, dei cuscini e dei pouf. Il branco di cani da carlino di Ottoline trotterellava ovunque e aggiungeva alla qualità Beardsley, che era metà del suo gusto naturale.La caratteristica di ogni casa in cui viveva Ottoline era il suo odore e l'odore di Garsington era più forte di quello di Bedford Square. delle ciotole di pot-pourri e di iris che stavano su ogni caminetto, tavolino e davanzale e delle arance essiccate, tempestate di chiodi di garofano, che Ottoline amava fare.Le pareti erano ricoperte di una varietà di quadri. Quadri italiani e bric -a-brac, disegni di John, acquerelli per i fan di Conder, che si diceva fosse stata una delle prime conquiste di Ottoline, dipinti di Duncan e Gertler e una dozzina di altri artisti più giovani."

Garnett viveva con Vanessa Bell e Duncan Grant a Wissett Lodge nel Suffolk. Grant e Garnett lavoravano nella fattoria come obiettori di coscienza, ma nel 1916 un comitato governativo sul servizio alternativo si rifiutò di lasciarli continuare lì. Si trasferirono quindi a Charleston, vicino a Firle, dove intrapresero lavori agricoli fino alla fine della guerra.

Nel 1918 Bell diede alla luce la figlia di Grant, Angelica Garnett. Il suo biografo, Quentin Bell ha affermato: "Nonostante le varie alleanze omosessuali negli anni successivi, il rapporto di Grant con Vanessa Bell durò fino alla fine; divenne principalmente un'unione domestica e creativa, i due artisti dipingono fianco a fianco, spesso nello stesso studio, ammirando ma anche criticando gli sforzi reciproci".

Il 30 marzo 1921 Garnett sposò Rachel (Ray) Marshall, sorella di Frances Marshall. La coppia ebbe due figli. Nel 1922 Garnett pubblicò il romanzo di grande successo, Signora nella volpe. I soldi che ha ricavato da questo libro gli hanno permesso di acquistare Hilton Hall, una casa dei primi del XVII secolo vicino a Huntingdon. Nel 1923 unì le forze con Francis Meynell per fondare la Nonesuch Press.

Altri libri di Garnett inclusi Il ritorno del marinaio (1925), Un coniglio in aria (1932), Pocahontas (1933) e Beany-Eye (1935). Fu anche redattore letterario del nuovo statista dal 1932 al 1934 e durante la seconda guerra mondiale si unì al ministero dell'Aeronautica con il grado di tenente di volo Royal Air Force Volunteer Reserve, e in seguito divenne un ufficiale dell'intelligence nell'esecutivo della guerra politica.

Nel 1938 Garnett iniziò una relazione con Angelica Bell, la figlia di Vanessa Bell e Duncan Grant. Questo ha molto angosciato i suoi genitori. La moglie di Garnett morì di cancro al seno nel 1940 e lui sposò Angelica l'8 maggio 1942 e negli anni successivi ebbe quattro figli (Amaryllis, Henrietta, Nerissa e Frances).

Nel 1946 Garnett unì le forze con Rupert Hart-Davis, Teddy Young, Eric Linklater, Arthur Ransome, H. E. Bates e Geoffrey Keynes per formare la casa editrice Rupert Hart-Davies. Garnet ha continuato a scrivere romanzi e best-seller Aspetti dell'amore apparve nel 1955. Garnett scrisse anche tre volumi di autobiografia, L'eco d'oro (1953), I fiori del bosco (1955), e I volti noti (1962).

La sua biografa, Frances Partridge ha affermato: "Quella di Garnett è stata una produzione ampia e vigorosa, basata su una varietà di interessi e un'ampia lettura. All'inizio come romanziere aveva preso Daniel Defoe come suo modello, e la stessa combinazione di un fantasioso o premesse fantastiche con uno stile robusto, obiettivo e maschile possono essere viste nel lavoro di entrambi gli scrittori. Molte delle sue trame erano marcatamente originali e hanno attirato l'interesse di artisti in altri media".

Dopo essersi separato da Angelica Bell, Garnett si trasferì in Francia e visse al castello di Charry, Montcuq, a 25 km da Cahors. Come ha sottolineato uno dei suoi amici: "Qui imbottigliava il vino e cucinava per i suoi numerosi visitatori, e lo si poteva vedere seduto fuori di casa sotto un grande cappello di paglia a scrivere il suo ultimo libro".

David Garnett morì di emorragia cerebrale nella sua casa il 17 febbraio 1981. Non ci furono funerali e il suo corpo fu consegnato a un ospedale universitario francese.

Virginia Woolf era acuta, anche se non del tutto informata, sulla tensione del "matrimonio mancino" di Vanessa. Le pressioni della vita con Duncan erano considerevoli. Divinamente affascinante, straordinariamente dotata, suscettibile, amabile e sexy, completamente dedita al suo lavoro ed evasiva da altre responsabilità, bohémien, idiosincratica e incurante delle apparenze, la persona che Vanessa aveva scelto di amare per il resto della sua vita era la causa di tanto dolore come piacere. Dalla nascita della figlia Angelica nel 1918 non avevano (probabilmente) avuto una vita sessuale, ma una compagnia di collaborazione professionale, sociale e domestica. Duncan rimase nella casa di Vanessa mentre aveva relazioni con una serie di amanti con cui Vanessa doveva fare amicizia, per paura di perderlo dalla sua vita.

Virginia conosceva bene alcuni di questi amici di Duncan, ma sembra che non sempre fosse consapevole delle tensioni che provocavano. Quando Bunny Gannett e Duncan divennero amanti durante la guerra, c'era un intenso triangolo di gelosia e attrazione. Virginia non fece commenti, sebbene notò l'attrito tra loro.

I pannelli di quercia erano stati dipinti di un blu-verde pavone scuro; la nuda e cupa dignità del legno e della pietra elisabettiane era stata sopraffatta da una magnificenza quasi orientale: i lussi delle tende di seta e dei tappeti persiani, dei cuscini e dei pouf. Quadri italiani e cianfrusaglie, disegni di John, acquerelli per i fan di Conder, che si diceva fosse una delle prime conquiste di Ottoline, dipinti di Duncan e Gertler e una dozzina di altri artisti più giovani.

Quando è arrivato il giorno fatale, io e Ralph (Partridge) stavamo dormendo nel nostro appartamento in Great James Street, con Bunny (David Garnett) nella stanza che aveva affittato da noi al piano di sopra. Il telefono squillò, svegliandoci. Era Tom Francis, il giardiniere che veniva ogni giorno da Ham; stava soffrendo terribilmente per lo shock, ma ha avuto la presenza di spirito di dirci esattamente cosa era successo: Carrington si era sparata ma era ancora viva. Ralph telefonò al dottore di Hungerford chiedendogli di andare immediatamente da Ham Spray; poi, fermandoci solo per prendere un'infermiera esperta, e portando Bunny con noi per sostenerci, guidammo a perdifiato lungo la Great West Road. Eravamo tutti completamente silenziosi: i pensieri degli altri, immagino, nella stessa condizione di strangolamento dei miei. L'abbiamo trovata appoggiata ai tappeti sul pavimento della sua camera da letto; il dottore non aveva osato spostarla, ma lei lo aveva toccato molto chiedendogli di fortificarsi con un bicchiere di sherry. In modo molto caratteristico, prima disse a Ralph che desiderava morire, e poi (vedendo la sua agonia mentale) che avrebbe fatto del suo meglio per guarire. Morì quello stesso pomeriggio.


COMMONWEALTH v. David Garnett, ricorrente.

COMMONWEALTH of Pennsylvania v. ONE 1990 DODGE RAM VAN. David Garnett, ricorrente.

Decisione: 16 maggio 2000

David Garnett fa appello contro un'ordinanza della Court of Common Pleas of Delaware County che ha ordinato che il suo furgone Dodge Ram sia confiscato e confiscato al Commonwealth of Pennsylvania che il titolo del veicolo sia trasferito al procuratore distrettuale e che l'ufficio del procuratore distrettuale possa conservare il veicolo per uso ufficiale o venderlo.

La storia fattuale e processuale di tale vicenda, come abbiamo potuto desumere dalle memorie delle parti, è la seguente. Il 10 giugno 1994, Garnett è stato condannato per rapimento e omicidio in primo grado. Il Commonwealth aveva dimostrato in un processo con giuria che, il 16 dicembre 1993, Garnett aveva accoltellato Dorothy Johnson nel furgone Dodge Ram. Garnett ricevette l'ergastolo e, il 14 settembre 1995, la Corte Suprema confermò la sentenza di condanna. Il 13 agosto 1997, la Common Pleas Court ha negato la richiesta di Garnett per il sollievo post-condanna ai sensi del Post Conviction Relief Act (Act). 1 Il 13 luglio 1998, dopo il rigetto senza pregiudizio della prima di tali istanze, il Commonwealth ha presentato una seconda istanza di confisca e condanna del furgone Dodge Ram. Garnett non ha presentato una risposta a tale petizione. La Corte Suprema da allora in poi ha affermato la decisione della Corte dei motivi comuni che negava a Garnett il sollievo post-condanna il 2 settembre 1998 e, secondo la memoria del Commonwealth, la Corte Suprema alla fine ha respinto la richiesta di Garnett per l'indennità di appello della sua sentenza, che aveva depositato nunc pro tunc.

Nel frattempo, il 22 settembre 1998, la Common Pleas Court accolse l'istanza di confisca del Commonwealth, ritenendo che Garnett non avesse fornito alcuna prova all'udienza di confisca, e ordinò che il titolo del furgone fosse trasferito al procuratore distrettuale della contea di Delaware. . Garnett ha impugnato tale ordinanza dinanzi alla Corte Suprema, che ha trasferito la questione a noi.

Garnett ora solleva solo un problema per la nostra considerazione e afferma che il tribunale ha commesso un errore nell'accogliere la petizione del Commonwealth per la confisca del suo furgone del 1990.

Garnett sostiene che non esiste alcuna base legale per sostenere la condanna del suo veicolo e che la Common Pleas Court ha cercato impropriamente di mostrare un nesso specifico tra il furgone e i suoi atti criminali. Pur concordando sul fatto che la condanna del suo furgone non sia espressamente autorizzata dalla legge, ovviamente esiste uno specifico nesso tra il furgone e le attività criminali di Garnett che non può essere negato. Garnett ha ammesso di aver accoltellato Dorothy Johnson nel suo furgone prima di usarlo per scartare il suo corpo, poi il furgone si è incuneato nel fango quando è scivolato sul suo corpo durante il tentativo di Garnett di allontanarsi. Poiché è stato utilizzato nella perpetrazione dei suoi atti illeciti, il Dodge Ram di Garnett è un contrabbando derivato soggetto a confisca. Vedere Commonwealth v. Crosby, 390 Pa.Super. 140, 568 A.2d 233 (1990). 2

Mentre, certamente, questa Corte, in Commonwealth v. Cox, 161 Pa.Cmwlth. 589, 637 A.2d 757 (1994), ha messo in dubbio la posizione della Corte Suprema in Crosby sull'esistenza di confidenze di diritto comune, abbiamo ritenuto che il tentativo del Commonwealth di ottenere una decadenza dopo che Cox ha presentato una mozione per la restituzione della proprietà 3 è fallito perché il Commonwealth non ha depositare un'istanza di decadenza o presentare un'istanza orale di decadenza. Abbiamo spiegato che "[l]e tribunale in sostanza ha concesso una mozione di confisca che non esisteva". Cox, 637 A.2d a 759.

Tuttavia, a differenza degli imputati condannati a Cox e Crosby, Garnett in questo caso non ha presentato una mozione per la restituzione del suo furgone. Inoltre, non ha nemmeno risposto alla petizione di confisca del Commonwealth presentata il 13 luglio 1998. Sebbene Garnett sostenga che la questione della confisca della Dodge Ram non era conoscibile dove il Commonwealth ha presentato la sua petizione circa quattro anni dopo la sua condanna, sapeva che il suo furgone era stato sequestrato nel corso delle indagini sull'omicidio e il rapimento di Dorothy Johnson, e da allora il furgone è stato in custodia del Commonwealth. Tuttavia, nonostante questo passaggio di tempo, non fece alcun tentativo di chiedere la restituzione del suo furgone prima del tentativo del Commonwealth di condannarlo nel 1998.

In Commonwealth v. Setzer, 258 Pa.Super. 236, 392 A.2d 772, 773 (1978), il ricorrente, quasi due anni dopo la sua condanna, ha presentato istanza di restituzione del denaro sequestrato al momento del suo arresto. La Corte Suprema ha dichiarato che l'incapacità di Setzer di sollevare la questione della restituzione della sua proprietà nelle mozioni post-verdizione a seguito della sua condanna o al momento della sua sentenza costituiva una rinuncia alla questione. La Corte Suprema ha inoltre spiegato:

Sebbene l'articolo 324 non preveda in quale momento debba essere presentata una richiesta di restituzione dei beni, «[i]t una dottrina fondamentale in questa giurisdizione che quando una questione è riconoscibile in un determinato procedimento e non è sollevata, è rinunciato e non sarà preso in considerazione in una revisione di tale procedimento.' Commonwealth v. Romberger, 474 Pa. 190, 196, 378 A.2d 283, 286 (1977), citando casi.

Riteniamo che Garnett abbia rinunciato alla questione della restituzione della sua proprietà omettendo di sollevarla né nelle mozioni successive al processo né al momento della sua condanna. Inoltre, Garnett non contesta di non essersi mai preso la briga di rispondere alla mozione di confisca del Commonwealth del 13 luglio 1998.

Per tutte le ragioni sopra esposte, affermiamo l'ordinanza della Corte di Cassazione.

ORA, 16 maggio 2000, si conferma l'Ordinanza della Corte dei motivi comuni della contea di Delaware.

1. Gli artt. 9541-9546 della Legge, 42 Pa.C.S. §§ 9541-9546.

2. Nella causa Crosby, la Corte Suprema ha ritenuto, inter alia, che l'autocarro del ricorrente, utilizzato mentre guidava in stato di ebbrezza, era perseguibile ai sensi del diritto comune come contrabbando derivato, sebbene la Corte abbia rinviato la causa per l'esame di fattori rilevanti per la il camion dovrebbe essere confiscato.


David Garnett

David Garnett (9 marzo 1892 – 17 febbraio 1981) è stato uno scrittore ed editore britannico. Da bambino aveva un mantello fatto di pelle di coniglio e così ricevette il soprannome di "Bunny", con il quale fu conosciuto da amici e intimi per tutta la vita.

Garnett è nato a Brighton come unico figlio di Edward Garnett e della traduttrice russa Constance Garnett. Come obiettore di coscienza durante la prima guerra mondiale, ha lavorato in fattorie di frutta nel Suffolk e nel Sussex con il suo amante, Duncan Grant.

Membro di spicco del Bloomsbury Group, Garnett ha ricevuto un riconoscimento letterario quando il suo romanzo Lady into Fox, un fantasy allegorico, è stato insignito del James Tait Black Memorial Prize del 1922 per la narrativa. Negli anni '20 gestiva una libreria vicino al British Museum con Francis Birrell. Ha anche fondato (con Francis Meynell) la Nonesuch Press. Ha scritto il romanzo Aspects of Love (1955), da cui è basato il successivo musical di Andrew Lloyd-Webber.

La sua prima moglie fu l'illustratrice Rachel "Ray" Marshall (1891�), sorella di Frances Partridge le cui xilografie compaiono in alcuni dei suoi libri. Lui e Ray avevano due figli, ma lei morì relativamente giovane di cancro al seno.

Sebbene Garnett fosse principalmente eterosessuale, ebbe relazioni con Francis Birrell e Duncan Grant. Era presente alla nascita della figlia di Grant, Angelica Garnett (nພ Bell), il 25 dicembre 1918, e scrisse a un amico poco dopo, "Penso di sposarlo. Quando lei avrà 20 anni, io ne avrò 46 – sarà scandaloso?". Quando Angelica aveva poco più di vent'anni, si sposarono (l'8 maggio 1942), con orrore dei suoi genitori.

Ebbero quattro figlie (Amaryllis, Henrietta e le gemelle Nerissa e Frances), ma in seguito si separarono. La loro figlia maggiore Amaryllis Garnett (1943�) era un'attrice. Henrietta Garnett, la loro seconda figlia, alla fine sposò Burgo Partridge, nipote di suo padre e della sua prima moglie Ray, che sovrintende alle eredità di David Garnett e Duncan Grant. [modifica] Morte

Dopo la sua separazione da Angelica, Garnett si trasferì in Francia e visse al Chateau de Charry, Montcuq (vicino a Cahors), dove morì nel 1981.


Richard Garnett: tipografo, editore e scrittore cresciuto nel gruppo di Bloomsbury

Richard Garnett proveniva da un illustre lignaggio letterario e in una lunga vita seguì sia la carriera di scrittore di suo padre, David, sia quella di suo nonno, Edward, come editore di un editore, con eguale distinzione. I suoi più grandi successi si trovano in due pubblicazioni molto diverse. Uno era la vita di sua nonna: Constance Garnett – una vita eroica. Garnett, che la ricordava nei suoi ultimi anni di solitudine, poteva entrare nella sua vita con una comprensione familiare e definire le sue traduzioni di grandi romanzi russi, troppo facilmente dati per scontati, come un'impresa davvero eroica.

L'altro era The Collected Works of Samuel Taylor Coleridge, a cura di Kathleen Coburn e Bart Winer. Questo vasto lavoro richiedeva eccezionali capacità di progettazione di Garnett. I manoscritti di Coleridge furono rivisti, cancellati e riscritti, i suoi libri e quelli di altri furono coperti di note, i testi stampati alterati nelle edizioni successive. L'apparato degli editori doveva rendere conto di ogni cambiamento. Si richiedevano caratteri di diverse dimensioni, anche un secondo colore per i marginalia, e tutti disposti in modo che le diverse parti fossero allineate tra loro. Il risultato fu un trionfo tipografico, tanto più grande perché discreto. Il progetto è stato infine completato in 34 volumi nel 2001 sotto l'impronta della Princeton University Press.

Editori e disegnatori di libri ottengono poco credito per il loro lavoro. Garnett non se lo aspettava né lo pretendeva, ma centinaia di libri e i loro autori hanno beneficiato del suo lavoro, così come migliaia di lettori.

Richard era il figlio maggiore di David Garnett e Ray Marshall, nato nella casa di Bloomsbury del nonno materno mentre suo padre sedeva sulle scale leggendo Tristram Shandy. Lady into Fox, il suo capolavoro, era apparso l'anno precedente, vincendo entrambi i premi Hawthornden e James Tait Black Memorial nel 1923. Sulla base di questo acquistò l'Hilton Hall, una casa del XVII secolo di una bellezza magica, che rimase un punto centrale caratteristica della vita di suo figlio, e ultimamente la sua casa.

Un'infanzia in campagna di nidificazione di uccelli e bracconaggio, punteggiata dalla prima scolarizzazione a Cambridge, terminò nel 1932, quando fu mandato a Beacon Hill, la scuola progressista fondata da Bertrand Russell e dalla sua seconda moglie Dora. Prima del suo arrivo, tuttavia, Russell aveva lasciato Dora e i suoi ricordi di Beacon Hill, sebbene vividi, non erano felici, dato che il principale era la sfiducia nei confronti dell'autorità. Beltane a Wimbledon, la sua scuola successiva, era più congeniale e nel fine settimana faceva visite a sua nonna, Constance, a casa di lei, The Cearne, nel Kent. Sempre bravo con le mani, ha imparato a costruire tetti e impianti idraulici quando la scuola è stata evacuata in una villa fatiscente nel Wiltshire.

Nel 1940 fu ammesso al King's College di Cambridge, per leggere matematica, ma dopo un anno fu chiamato e trascorse i successivi cinque anni nella RAF, facendo equipaggio di barche a motore come supporto per idrovolanti, intorno alla costa della Gran Bretagna e poi Sierra Leone. Tornò a King's nel 1946, laureandosi in inglese due anni dopo. Dopo un breve apprendistato in tipografia presso la Shenval Press, nel 1949 entra a far parte della Rupert Hart-Davis Ltd, la piccola casa editrice di cui suo padre era uno dei direttori fondatori.

L'azienda era stata fondata nel 1946 da Rupert Hart-Davis e l'ufficio si trovava sopra un negozio in Connaught Street. Nel 1947 ha avuto il suo primo bestseller, The Theory and Practice of Gamesmanship di Stephen Potter, nel 1950 è arrivato il secondo, Elephant Bill il suo successo ha permesso di trasferirsi nella più comoda 36 Soho Square.

Garnett era ora il direttore di produzione dell'azienda e presto anche un esperto editore. Sette anni in Tibet di Heinrich Harrer, un altro bestseller, e l'autobiografia in tre volumi di Lady Diana Cooper (zia di Hart-Davis), hanno esercitato entrambe le abilità. I libri di Laurence Whistler lo hanno spinto a diventare un incisore di vetro. La sua esperienza nautica è venuta alla ribalta con la Mariner's Library of Sea Classics, e ha preso in carico la lista velica di Adlard Coles quando si è fusa con Hart-Davis.

Ma il cuore dell'azienda non risiedeva in questi, ma in libri accademici ma leggibili come la vita in cinque volumi di Henry James di Leon Edel, le Lettere di WB Yeats di Allan Wade e le saghe imperiali di Peter Fleming. Tutti questi hanno raggiunto la loro reputazione grazie all'esperienza congiunta di Garnett e Hart-Davis. Non per niente uno dei loro ammirati beneficiari ha chiamato l'azienda "l'università di Soho Square".

Ma il successo commerciale non seguì. Tre volte l'azienda ha dovuto essere salvata. Il controllo passò prima a Heinemann, poi a Harcourt Brace e infine a Granada. Lo stesso Hart-Davis lasciò nel 1963, tre anni dopo, l'azienda fu fusa con MacGibbon & Kee e infine Garnett fu licenziato. Mentre se ne andava, un tubo dell'acqua scoppiò in soffitta, lasciandolo a dire "Après moi le déluge".

Fortunatamente, Macmillan aveva bisogno solo del suo talento, per supervisionare il copy-editing e la correzione delle bozze. Divenne presto indispensabile, e prese da me la direzione della nuova edizione del Grove's Dictionary of Music. È stata la prima grande opera di riferimento ad essere compilata per la composizione tipografica al computer, che ha richiesto eccezionali esigenze editoriali e organizzative. Garnett li superò tutti e la nuova edizione del 1980 fu un grande successo commerciale, generando sottoinsiemi di compositrici d'opera e donne, e poi un Grove Dictionary of Art ancora più grande (1996).

Ma essendo cresciuto in mezzo al gruppo di Bloomsbury (da bambino era spaventato dall'imitazione realistica di un lupo di Virginia Woolf), il suo cuore era nella scrittura più creativa. Per Hart-Davis ha scritto tre libri per bambini, iniziando con The Silver Kingdom (1956), illustrato da sua moglie Jane, e basato sulla propria esperienza di archeologia sottomarina The White Dragon (1963), su un grande gelo Fenland, divenne un Brossura puffino. I libri di Gerald Durrell devono molto alla sua redazione, che rasenta l'autore, così come i libri di storia naturale di Bernard Heuvelmans.

Nel 1991 è arrivata la sua vita di Constance Garnett. La sua infanzia difficile e il successivo matrimonio furono mediati dai primi successi accademici a Newnham, e poi dal fascino per la Russia e i rivoluzionari, visto di prima mano nel 1894. Ciò portò alla sua prodigiosa produzione di traduzioni: tutto Dostoevskij, così come Tolstoj, Cechov , Gogol e Turgenev. Questi furono di incalcolabile beneficio per i lettori inglesi, come fu riconosciuto durante la sua vita da Joseph Conrad, tra gli altri.

A Macmillan divenne esperto nel disegnare le memorie di Harold Macmillan, ma i suoi autori preferiti erano Marie Rambert, la cui autobiografia Quicksilver (1972) doveva molto alla sua abilità con un registratore, la Duchessa del Devonshire, che dedicò Wait for Me! (2010) a lui e, soprattutto, a Joyce Grenfell, di cui Joyce by Herself and Her Friends (1980) ha curato con il marito Reggie Grenfell.

Richard Duncan Carey Garnett, editore e scrittore nato a Londra l'8 gennaio 1923 sposato nel 1954 con Jane Dickins (due figli) è morto a Salisbury il 26 maggio 2013.


Aspetti dell'amore (1955): David Garnett

Non so praticamente nulla del musical di Andrew Lloyd Webber Aspetti dell'amore, tranne che per la canzone L'amore cambia tutto, che era su un CD che suonavamo in macchina durante i lunghi viaggi. Di certo non sapevo che il musical fosse basato su un libro, tanto meno che quel libro fosse un prodotto del Bloomsbury Group. Quando mi sono imbattuto per caso in esso, ho deciso che dovevo semplicemente provarlo, anche se non posso dire che mi sia piaciuto. È un trionfo autoindulgente dello stile sulla sostanza e, sebbene sia una lettura veloce in meno di 150 pagine, indugia nella mente per le ragioni sbagliate: per la sua sgradevole aura di sfruttamento e manipolazione emotiva. Diventa ancora più sinistro quando ti rendi conto che è stato ispirato dagli eventi della vita di Garnett.

Il nostro protagonista Alexis è un parallelo immaginario per Garnett. Lo incontriamo per la prima volta da giovane che sogna la sua vita a Parigi, dove incontra e si innamora dell'attrice Rose. Scoprendo che si trova tra una commedia e l'altra, senza un posto dove stare, la invita impulsivamente a unirsi a lui nella casa padronale di suo zio nella campagna francese. Dice di sì, essendo questo il tipo di libro in cui donne bellissime accettano di andare in mezzo al nulla con ragazzi che hanno appena incontrato, che chiaramente desiderano essere liberati dalla loro verginità (c'è un quantità di appagamento del desiderio maschile qui). Inizia un periodo di grande appagamento, giocando a casa in campagna, interrotto solo dall'arrivo inaspettato del proprietario della casa, Sir George. Di mezza età, ricco e vedovo, anche George è immediatamente affascinato dalla luminosa Rosa.

Due anni dopo, Alexis torna a Parigi per visitare l'appartamento in città di suo zio, dove scopre che Rose è diventata l'amante di Sir George. Sono molto felici insieme, anche se questo non impedisce a Rose di andare a letto con Alexis, correre per la città con lui ed essere generalmente affascinante in assenza di George. Ma un simile stato di cose non può continuare e Rose deve fare la sua scelta. La sua decisione spinge Alexis a un atto di rabbia omicida (sebbene, essendo questo il tipo di libro che è, è solo una ferita superficiale anche se manda Rose a riprendersi con Sir George, che sta visitando la sua amante in Italia. Fare tenersi al passo!). Gli anni passano e, mentre Alexis fa i conti con la scelta di Rose, si sforza di vederla non più come un'amante ma come un'amica. La loro relazione si sposta ulteriormente quando Rose dà alla luce sua figlia Jenny, una bambina deliziosa a cui Alexis diventa una figura di zio ma che, crescendo, offre la possibilità di diventare qualcos'altro. Ma come può un uomo imparare ad amare in tutti questi modi diversi?

Per ovvie ragioni, il libro rende scomoda la lettura ora. È profondamente sbagliato vedere una madre incoraggiare tacitamente il suo ex amante a concedersi la cotta preadolescenziale di sua figlia per lui. Oggigiorno ci viene insegnato ad essere molto più severi riguardo all'età in cui certi tipi di attaccamento sono appropriati, specialmente quando tale attaccamento è tra un adulto e un giovane. Tuttavia, non sono solo gli accenni di sfruttamento minorile a renderlo difficile da digerire. Garnett crea allegramente un mondo fantastico in cui i suoi personaggi principali vagano felicemente attraverso la loro intricata relazione aperta. Nessuno sembra preoccuparsi particolarmente del benessere di qualcun altro. L'eccezione è, forse, Sir George, ma ovviamente non è ‘sofisticato’ e ‘moderno’ come Rose e Alexis. (È così affascinante all'antica, con la sua bizzarra monogamia). Inoltre, la svolta finale nel viaggio romantico di Alexis è semplicemente ridicola (spoiler: ‘Non ti ho mai incontrato prima! Andiamo a letto! Mio Dio, ora sono completamente innamorato di te! Andiamo a letto! scappare insieme!” Come vecchio siete, gente? Nessuno di voi ha bisogno di guadagnare denaro o fare qualcosa di costruttivo?).

Per non turbare nessuno, lo so alcuni si dice che le relazioni aperte funzionino molto bene e che i loro membri siano molto felici. Ma questo richiede un livello di comunicazione e generosità che qui non è visibile. E non credo nemmeno che fosse a Bloomsbury. E sono abbastanza sicuro che queste relazioni funzionino meglio quando i bambini non ne fanno parte.

La cosa notevole è che in questo caso la vita reale era ancora più inquietante della finzione. Se vediamo Alexis come Garnett, allora Jenny è Angelica Bell, nata nel 1918 come figlia illegittima di Vanessa Bell e Duncan Grant. Nella vita reale, Garnett era sentimentalmente coinvolta non con la madre di Jenny, ma con suo padre, Grant e, nella vita reale, lui era colui che contemplava una futura relazione sessuale con il figlio del suo amante. Scrisse a Lytton Strachey, non molto tempo dopo la nascita di Angelica, che "La sua bellezza è la cosa straordinaria" che penso di sposarlo. Quando lei avrà 20 anni, io ne avrò 46 - sarà scandaloso?’ (Risposta: S! Forse sono irrimediabilmente pudica, ma trovo questa reazione a un bambino appena nato molto inquietante.) E l'ha sposata, anche se non fino a quando non sposò l'artista Rachel (‘Ray’) Marshall, morta nel 1940. Due anni dopo, Garnett riuscì a sposare Angelica, con la quale aveva una relazione dal 1938. Lei aveva 24 anni lui era cinquanta. Povera Angelica. La sua vita è stata offuscata da rivelazioni sorprendenti: suo padre non era Clive Bell, ma Grant suo marito era l'amante di suo padre… In seguito scrisse il libro di memorie Ingannato con gentilezza sulla sua infanzia tra i membri decadentemente immorali del Bloomsbury Group. Ce l'ho da qualche parte, e dovrò tirarlo fuori, per ottenere il lato ‘Jenny’’ della storia. Di solito non è necessario capire molto del contesto biografico di un autore quando si valuta uno dei suoi romanzi, ma questo è un caso in cui penso che sia assolutamente cruciale.

Sono piuttosto infastidito da David Garnett ora, il che è irritante perché voglio leggere Lady in Fox e non credo di poterlo fare proprio in questo momento. I’ll have to leave it a few months until I’ve calmed down and can, once again, disassociate the author from his work. I don’t think I’m going to be bothering with the musical either.


6. Kevin Willis

He’s not only the best basketball player named Kevin of all time he may be the best player in the NBA right now, period. He’s recovering from an injury and won’t return until next year, but Durant has had quite a career for himself.

He won two titles with the Golden State Warriors and nearly won a third before injuries enabled the Toronto Raptors to defeat them in six games. Now he’s in Brooklyn, where he and Kyrie Irving will attempt to bring a title back to New York.


Best Defensive Rebounder: Artis Gilmore

Defensive rebounds also belong in the category of defense, which is another factor for showing the paint protection in the favour of the big men.

In terms of defensive rebounding, the boxing out technique, skills, strength to get a position, sense of where the ball is going and much more can all be factors for a domination of a certain player under the basket.

There were many good rebounders in their own paint, but Artis Gilmore, with his 11.514 defensive boards are enough for me to consider him as No. 1, barely outmatching Karl Malone, Moses Malone, Robert Parish and many more.

From the forwards, notable rebounders were guys such as Elgin Baylor and Larry Bird, while from the guards, I'd say Jason Kidd tops them all. Let's not forget about Bill Russell, Nate Thurmond and Wilt Chamberlain who were also terrific, but they left the game before these stats were accepted in the league, so I'd rank them but still mention it.


KG, the Oral History, Part 2: Glory in Boston, Quirky Traits and Returning Home

Few athletes have left as deep an imprint on their sport as Kevin Garnett has on the NBA. As KG celebrates his 39th birthday, a collection of players, coaches and executives recount what made him such a unique and transformational figure over the last 20 seasons.

This is Part 2 of B/R's oral history of Garnett's NBA career. Part 1 is here and accessible through the links below.

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Though Garnett quickly evolved into a dazzling, dominant player in Minnesota, he grew frustrated with the Timberwolves' postseason failures, opening the door for a career-changing trade to Boston, where he found ultimate success while honing a reputation as one of the league's most interesting characters.

For most of his Minnesota career, Garnett was a superstar surrounded by bit players, a solo act in search of a worthy co-star.

The Timberwolves granted Stephon Marbury's wish on March 11, 1999, sending him to the Nets in a three-team trade that brought point guard Terrell Brandon, a two-time All-Star, to Minnesota. Though talented, Brandon was undersized (5'11"), and his career was cut short by injuries.

The next co-star to audition was Wally Szczerbiak, a sweet-shooting forward drafted with the sixth pick in 1999. But the chemistry was poor from the start and their relationship bottomed out when Garnett and Szczerbiak scuffled in the trainer's room in November 2000.

Chauncey Billups spent two years on the roster, from 2000-02, but he did not reach stardom until years later, in Detroit. Tom Gugliotta had his best seasons alongside Garnett, in 1996-97 and 1997-98, but the Timberwolves let him go after the 1998 lockout to save salary-cap room, presumably for Marbury.

Meanwhile, Garnett's behemoth contract, which was grandfathered in after the lockout, made it extraordinarily difficult for Timberwolves officials to acquire elite talent. And the Timberwolves sabotaged themselves along the way, agreeing to an illegal deal with Joe Smith that cost the franchise multiple first-round picks as part of the NBA's punishment.

Despite his immense talents, Garnett became a playoff footnote, losing in the first round seven straight years from 1997 to 2003, never winning more than 51 games in a season.

Flip Saunders, Timberwolves coach, 1995-2005 2014-present: It was difficult. We traded Steph, we got Terrell, who was pretty good. We also got Wally Szczerbiak in the deal, who became an All-Star. What you have to have is not just a star, but you have to have two dynamic stars. To get a guy that maybe can be an All-Star—that might not be good enough back then.

Steve Aschburner, Timberwolves beat writer for Minneapolis Star-Tribune, 1994-2007: I think [Garnett] felt like Wally was overrated, I think he resented that this guy that was sort of becoming his sidekick without any real chemistry and not enough chops. … There was no chemistry there between them, at all.

Sam Mitchell, Timberwolves teammate, 1995-2002: A lot of that stuff is overblown. Kevin respected Wally, because Wally could play. Wally loved to play. Now, Wally wasn't the greatest defender, but when it came to scoring the basketball, Wally can score.

Kevin McHale, Timberwolves general manager 1995-2008: Erano persone diverse. They never seemed to have great chemistry, [but ] I don't think it was as bad as everybody said it was. They had their moments. Wally made an All-Star team with Kevin. He wasn't a great passer, wasn't a great creator. [But] he played well with Kevin. In my time there, nobody played better with Kevin than Gugliotta. You can look at some of the stuff they did together. Very, very impressive.

Flip Saunders: KG's the most unassuming superstar, in that he had more gratification passing the ball than scoring. So he didn't care about shooting, where Wally, that's all he cared about. So he got Wally a lot of shots.

Steve Aschburner: When Wally got his extension, [the media] broke the news to KG before shootaround. The look on Garnett's face—he was working his molars over the fact that this guy's going to be here long-term now, and being paid a whole bunch of money and that's going to get in the way of certain kinds of improvement they could make in that team.

Andy Miller, Garnett's agent since 1995: I think that that was the thing that probably caused the most turmoil. … Kevin always wants to be successful, always wants to win, wants the team to have success, wants everyone to shine. When you have constant frustration, always trying to plug a hole, and every year you end up with the same results, it's extraordinarily frustrating.

Terry Porter, Timberwolves guard, 1995-98: We just didn't have enough weapons. … You know, [Garnett] wasn't the type of guy that was going take over a team and carry a team back then. And they were in the Western Conference, so it became more of a challenge early on. I remember us playing Houston in the first round. He had a great series we just didn't have enough.

Steve Aschburner: Glen Taylor pissed off his peers by signing Garnett to that contract, but nobody's team suffered worse than Glen Taylor's.

Finally, in 2003, the Timberwolves made two dramatic trades, acquiring point guard Sam Cassell from Milwaukee and swingman Latrell Sprewell from New York, providing Garnett the best supporting cast of his Minnesota career. The Timberwolves won 58 games, a franchise record, and Garnett won the Most Valuable Player award after averaging 24.2 points, 13.9 rebounds, 5 assists, 2.2 blocks and 1.5 steals.

That spring, Garnett won the first two playoff series of his career, leading the top-seeded Timberwolves into the Western Conference Finals against the Los Angeles Lakers, who had added Karl Malone and Gary Payton to the Shaquille O'Neal-Kobe Bryant core. But Cassell entered the series with a badly injured hip, sustained in the second round, and his play suffered. He sat down for good after Game 4 of the series, with the Wolves trailing 3-1. The Lakers prevailed in six games, and Garnett lost his best chance to bring a title to the Twin Cities.

Despite a 44-win season, the Timberwolves missed the playoffs the next year, then parted ways with Sprewell and Cassell. They have not made the postseason since.

Flip Saunders: We would have won that year. … We were the No. 1 seed. I still believe, if Sam wouldn't have got hurt, that we would have beat the Lakers and I think we probably would have beaten Detroit (in the Finals) that year.

Glen Taylor, Timberwolves owner: We went out and [acquired] those guys, [and spent] more money than we could afford. … I think everything went the way we planned it, except the injuries. And that's been our misfortune ever since, the god-darn injuries.

Dwane Casey, Timberwolves head coach, 2005-07: In conversation, [Kevin] would let it be known that that was something that he was frustrated with, that they broke up the team that had gone to the Western Conference Finals.

Steve Aschburner: He was really fed up. He wasn't the one raising his hand or making demands in the media to exit, because he is a very loyal person. But I think he felt kind of betrayed by the inability of McHale and the organization to come through for him.

Terry Porter: [Garnett] knew at the end of the day, he was going to be judged by his playoff appearances.… He cares about how he's looked upon and what his legacy looks like.

Kevin McHale: He thought, "I have to do more. I have to do more." Really, there was nothing more he could do.

Steve Aschburner: I remember after the Boston-Cleveland [playoff series in 2010], when LeBron got eliminated by the Celtics. And Garnett told us from the podium, about how he told LeBron about how fast things go. To me, that was Garnett basically saying, "I wish I hadn't signed that last extension, because look how long it took me to get somewhere where I really could win." That was pretty telling.

By 2007, Garnett and the Timberwolves had reached a crossroads.

The Sam Cassell-Latrell Sprewell era had been short-lived, with each star alienating the front office over contract demands. At age 31, Garnett's window to chase a championship was diminishing. And the Timberwolves, stymied by their own missteps, and handcuffed by Garnett's massive salary—and with another contract extension on the horizon—decided it was time to set a new course.

What was once inconceivable became essential: The franchise would have to trade the greatest player to ever have graced the uniform.

Glen Taylor: I said to Kevin, "It's gonna take us a while again." … And I think he kind of says, "I'd like to win." I say, "I'm not sure I'm gonna get you that here as fast as you want." So I would say that he kind of was unsure.

Kevin McHale: It was hard on everybody. That really came down to just our owner having—and I think Glen was more than fair with everybody—a number he wanted to sign everybody with, and he tried to get the cap more cap-friendly. Kevin, just said he wanted X amount. It came down to a financial decision. It was hard.

Glen Taylor: I think now he says, "Glen you traded me. I didn't want to be traded." But I'm not sure it was quite that clear. I think he sent me some messages that "I want to get on a [contending] team."

Danny Ainge, Celtics GM: Because Kevin and I were such close friends, we had numerous conversations over the years [about Garnett]. We realized that Paul [Pierce] and KG would be a great combination. We thought that they really complemented each other well. So we discussed the possibility of Paul going to Minnesota or KG coming to Boston, like which way is the best way to do it.

Phil Jackson, Lakers head coach, 1999-2004 2005-2011: When I realized that [Garnett] was available and wanted to leave Minnesota, I put a big push on (to acquire him).

Andy Miller: Cleveland was involved. They were a distant third in the whole thing.

Glen Taylor: L.A. really wanted him. Well, I didn't know if I wanted him in the West. I thought I was getting better players. I thought L.A could not give me the players that Boston did.

The Lakers offered a package built around multi-skilled forward Lamar Odom and 19-year-old center Andrew Bynum, a promising second-year player who would eventually become an All-Star. Odom had a history of flaky behavior, however, and Bynum was unproven.

The Celtics' package was built around another talented, but still-developing young center, Al Jefferson, along with several other young players and draft picks.

Phil Jackson: Dr. [Jerry] Buss came to me and said, "I have a handshake agreement with Taylor, that he's going to come to L.A. But McHale hasn't concurred yet." So I said, "Well that's a good excuse." You always, as an owner, say, "I'll do this, but …" So I kept that hope out there, that he was gonna be a part of the Laker organization.

Taylor: Odom, I was a little afraid of. I thought Bynum was gonna be a star.

Mugnaio: I think that what McHale was looking for, on top of picks, was a core young piece, and he was infatuated with Al Jefferson at the time.

Glen Taylor: It became the Lakers, and it became Boston. And they both said, what does [Garnett] want to get paid? And I told them what he wants to get paid. I told them the kind of contract. And those two teams said they would do it.

On July 31, 2007, the Timberwolves sent Garnett to Boston, in exchange for Al Jefferson, four other players and two first-round picks. Many experts considered the Lakers' offer of Odom and Bynum to be the stronger package. The deal between Ainge and McHale, close friends and former Celtics teammates, stoked suspicion that McHale was acting more in the interests of his former franchise.

Phil Jackson: I've always kind of hinted that, in fun. … Of course, it's easier to make a deal with someone you know. But the (main) thing was, get him out of the conference, get him to the East Coast, get him away from us, so we don't have to deal with him four times a year. So that makes sense. So that's understandable.

Glen Taylor: We went to Boston, and I got a deal with Boston and took it to Kevin, and he says, "No, I don't want to be traded." … Then they went out and got [Ray] Allen. I went back to Kevin and said to him, later on, "Well, they're still here, they want you." I thought he said, "OK" to me. I really did. … I don't know if he remembers it that way quite or not. Because he has said at different times, "I wished I could have stayed there." But I thought I asked him. I thought he agreed. In thinking back, my guess is Kevin wasn't sure which way he wanted to do it, and I made the decision for him, rather than he probably felt that I should have asked him again.

KG, Fulfilled

Ultimately, the chance to join two other future Hall of Famers, Paul Pierce and Ray Allen, persuaded Kevin Garnett to accept a trade to the Celtics, and to say goodbye to Minnesota, the only NBA home he had known.

In Boston, Garnett's impact was immediate and profound. The three stars were branded as co-equals, each dependent on the others to fulfill their championship dreams. But Garnett was the linchpin to the partnership, instantly becoming the Celtics' defensive conscience, their strongest voice and their emotional pulse.

The story of the Celtics' 2007-08 championship run is one of individual sacrifice. Garnett set the tone from Day 1, demanding a total commitment from everyone, then setting the example himself, by surrendering shots and individual glory.

The veterans all respected Garnett, and the Celtics' youngest starters, Kendrick Perkins and Rajon Rondo, were instantly drawn to his unique magnetism. They followed his lead in everything, and reflected his steely on-court persona.

Doc Rivers, Boston Celtics head coach, 2004-13: It was before our first practice—our first meeting with Paul, Ray and Kevin. The first thing he talked about is, "Hey, we all say we're going to win a title, but what are you going to give up?" He challenged us right away. He was not f-----g around, and I love that about him.

Sam Mitchell: I remember when I was coaching in Toronto (in 2007), and we played the Boston Celtics in an exhibition in Rome. And Doc Rivers and Ray Allen pulled me to the side. They was like, "Man we need you to talk to KG." I was like, "What's wrong?" They said, "Man, he's just so intense. He don't need to do all that." So they thought he was trying to impress them. I said, "Doc, Ray, he's like this every day. Every day."

Danny Ainge: He changed everybody, from coaches to trainers to massage therapists, to the entire organization. I think that it was just his energy and enthusiasm. But also, it was the fact that he believed. He had this strong faith in what the team could be.

Paul Pierce: It wasn't about no bulls--t now. … The attitude around there was very boot camp-like. We're gonna go in here and do our work every day, and the laughing and the joking, that's out the window until maybe after practice or on the bus.

Brian Scalabrine, Celtics forward, 2005-10: Over the course of 82 games, or 110-some games like we played, a lot of guys can get real loose. He never allowed that. One day Leon Powe and I were cracking up on Eddie House's tattoo. … [Garnett] was like, "C'mon, Scal, it's time to rock! What the 'F' are you doing?" And I was like, "You know what? You're right. It is time to rock." We're about to play the Dallas Mavericks and we're over here messing around. It was 55 (minutes) on the clock or something like that. He was locked in and focused. That's how it is with him. If you want to be on the team, that's how it is going to be.

Paul Pierce: It probably made some guys uncomfortable, maybe [some felt he] need[ed] to tone it down. But I'm like, "No, that's Kevin. Y'all tell him to tone it down like it's a weakness, but that's his strength. He's gotta be like this. He's getting ready."

Glen "Big Baby" Davis, Celtics forward, 2007-11: I think he goes down as one of the best leaders of all time, somebody that led by example, but also policed his teams and said what was right all the time, in spite of what other people think. You talk about a guy who made a sacrifice coming to Boston — his role changed, he was more of a defender. He was a guy that kind of facilitated and kept us all together.

Danny Ainge: Doc would harp on him every day, like, "You gotta score more, you gotta shoot more. You gotta quit passing and you gotta shoot." KG, it just wasn't in his nature. He was such a team guy, and he cared so much about his teammates, and he cared about the camaraderie and the unity of our team, and was greatly affected by people that went off the reservation.

Doc Rivers: He's the best superstar role player I've ever seen. He's a superstar that can do everything, yet he gave himself to the team and played a role for the team to win, no matter what that took away from his individual stuff. I don't know if there's any superstar I've ever been around that is that unselfish.

Danny Ainge: Kendrick (Perkins) was a very important piece to a championship puzzle. Kevin knew that. He sort of took Perk under his wing and he loved Perk for how hard Perk played. Paul was always a great player. But Paul, all of a sudden, didn't have to carry the load (as the sole leader). … KG's presence just took a burden off of Paul, and freed him up to be what he was, which was a great scorer.

Doc Rivers: He was prepared, you better be. If you messed up in shootaround, he knew it. So he kept me on the edge because you knew he was as prepared as the coaches, and it's rare you see that.

At the time the Celtics created their New Big Three, there were legitimate concerns about fit and chemistry, and legitimate questions about how long it might take for three towering talents to mesh. The answers came quicker than anyone could have predicted. The Celtics started the season 8-0, then ripped off two nine-game winning streaks, pushing their record to 29-3 on Jan. 5.

The Celtics finished with 66 wins, their best mark sine 1986. After a strenuous run through the Eastern Conference playoffs—it took seven games to beat Atlanta and Cleveland, six to beat Detroit—the Celtics landed in the Finals against their oldest rival (and the loser in the Garnett stakes), the Los Angeles Lakers.

Boston dominated, claiming the championship in six games and unleashing a raucous celebration at the new Boston Garden. Garnett averaged 18.2 points, 13 rebounds, three assists, 1.7 steals and one block per game in the series, while harassing the Lakers' Pau Gasol and piloting a Celtics defense that had the Lakers flummoxed.

As the green confetti fluttered, Garnett took the microphone and unleashed a primal scream for the ages, an instantly iconic moment in Finals history: "Anything is possssibllllle!"

Tyronn Lue, longtime friend of Garnett's, Cavaliers assistant coach: The proudest moment for me was when he won that championship, and I got a chance to see his emotions and how he reacted. It was the best thing for me.

Paul Pierce: Oh, man, he started crying. He broke down. When you saw that, it was just like, man, you felt him. You felt him. … And then he went to the ground. That's when you knew. When a guy breaks down, a guy with the personality of KG, [who] is so strong, and [he] breaks down, then it means something. It means something to you.

Chris Webber: I talked to him before he went to Boston. I knew what that was about. Think about it, that was his only chance. … That goes down as one of my favorite sporting moments, seeing him win the championship, because I knew what he was saying.

The era of the New Big Three would last another four seasons, but Garnett, Pierce and Allen would never reach that pinnacle again. Their title defense was undermined by a knee injury that forced Garnett to miss the entire 2009 postseason. The Celtics returned to the Finals in 2010 to face the Lakers again, but they lost Perkins to an injury in Game 6 and lost an epic Game 7 that went down to the final minute.

Age and injuries eventually took their toll and the Celtics' preeminence soon faded as the power shifted to a new Big Three rising in South Beach.

Paul Pierce: I had no doubt in my mind — we probably would have won 70 games that year (2008-09) if KG was healthy. And the rings. So it's all a lot of what-ifs, but you have that through history, with a lot of teams who didn't stay healthy after they won.

Danny Ainge: It would have been nice to win two. We were close. … Kevin, he gave hope to our franchise every day for six years.

Quirks, Habits and Virtues

What do you see when you look at Kevin Garnett? Over the years, he's alternately been viewed as a warrior and a bully, a fierce defender and a dirty player, a kind spirit and a mean person, an intimidator and a mentor. He is a tough opponent—playing on the edge and sometimes over it — but a fiercely loyal teammate. His intensity sometimes seems to border on insanity. His game-day rituals are legendary and quirky.

Before introductions every night, Garnett will sit in solitude on the bench. Before tipoff, he will skip around the court, bellowing to the crowd. And he will bang his head into the basket stanchion several times, while muttering to himself and tying his shorts.

"He's still a little nuts," said former Nets teammate Mason Plumlee. "Even on the court, he's different, but in a good way, man."

Good, bad or otherwise, Garnett's personality is as unique as his game.

Sam Mitchell: He's gonna do the same routine. He stretches the same, he sits down on the floor in front of his locker at the same time. He has his hot packs for his knees at the same time. He puts his shoes on a particular way.

Kendrick Perkins, Celtics teammate, 2007-11: Before the jump ball, he goes to the sections of the fans and is like [pounding his chest several times], "Motherf-----s!" He'll say a whole lot of [stuff]. And the fans just go crazy. And then he started getting cheers and, and you feed off that, right?

Jim LaBumbard, former Timberwolves PR director, now with Toronto: Even when he comes into town with visiting teams, I would never go say hi to him pregame, because I knew he was just locked in in just that way. It would just be like talking to a wall.

Sam Mitchell: He's game mode, all day. You keep waiting to say, is he gonna burn out doing it? But he doesn't, man.

Paul Pierce: He's gonna eat a peanut butter and jelly sandwich. Every game. We didn't even have peanut butter and jelly sandwiches until he got to Boston. So then he made our ball boys make peanut butter and jelly sandwiches for everybody. When KG was eating them, everybody started eating them.

Doc Rivers: Before Game 6 in the (2008) Finals when we beat the Lakers, I walked in the locker room, and Kevin gets [hyped] up to where sometimes he goes over the line. You could see it. I had him come in my office and sit. He's sitting there five, 10, 15 minutes. I don't say a word. I just go back to work. He's moving around and finally he says, "I'm in a timeout. I'm in timeout." I didn't even respond. You could hear him: "Phew" (exhaling). But you think about a guy who has been in the league that long and is still that jacked up for a game that you literally have to calm him down. That's my favorite story.

Kendrick Perkins: It was in a playoff game. So we were down 10 or something in the third, double figures, coming back in the fourth. I remember him coming back on the defensive end. And you know how you get into (a defensive stance), you want to get low, like before the man crosses halfcourt. He literally about crawled on the ground and got up off his knees, like "Let me see it!" that type of [thing]. It was like, damn.

Tyronn Lue: A lot of people do all their howling on the court and they're faking just for attention, but what he does is genuine. So one day we were at his house and we were watching Puff Daddy's show Making the Band, and in one of the scenes, some new guys came in and were trying to sing and were trying to compete against the guys who had been there. And KG just got so hyped, "Motherf----r, you've got to stand up for yours! You've got to fight! Motherf----r, you've got to come together!" He's going crazy, he's sweaty. And he just head butts the wall and put a hole in the wall of his house.

Paul Pierce: Most guys, you get warmed up but you're gonna have a slight sweat. Well, he'd have a full sweat, like he already played four quarters of a game. That’s just him getting his mind right, getting his body right, ready to go. Everybody's got their routine. That's his routine.

Flip Saunders: He hates change. If he had a chance, he’d keep 20 guys on the roster, and he'd pay those last five guys we had to cut. … He'd become attached to somebody in one week and didn’t want them to leave. So you’d always have to talk to him and kind of reason with him why you might be trading someone. And it’s funny, because many times the lower-end guys are the guys he has more of a soft spot, to try to help those guys out even more.

Sometimes, even opponents are graced by that softer side. For a young Dwyane Wade, it was when Garnett went out of his way to encourage him early in Wade’s rookie season, in 2003. Garnett followed up the next summer, too, seeking out Wade in Miami to offer his guidance and support. Countless young players have been mentored by Garnett over the last 20 years.

Dwyane Wade, Miami Heat guard, 2003-present: I was a young kid. This is Kevin Garnett, MVP of the league. But he believed in me at that time. He wasn't my teammate. I didn't even know him that much. …But he pulled me aside, he talked to me for that weekend, and he let me know that I can be a star in this league. So that confidence from a guy like that, man, just went a long way.

Mason Plumlee, Garnett teammate with the Nets, 2013-15: The first time I met him, he just told me, "Look, I've done it all. I've been an All-Star, I’ve been MVP, I've won a championship." So he’s like, "Everything that I tell you is for you. It's coming from a place of success, a place of — you know I want you to do well, because I've done it all." He's like, "I want to play and still be good, but I don't have to prove myself anymore." It's funny, he says that and then he plays as if to prove himself each night. I always remember that. That just gave me trust in everything he told me, that it wasn't for anything but my betterment.

Doc Rivers: He tries to teach the young guys professionalism first — not basketball. … He bought them suits. He'd bring them in and get them all wired up and buy two or three suits for them, so they're dressed right. He told them, "If you're coming to work, you're coming in a suit and tie. You come to go to work." I never had to tell our young guys about being on time with him. You had him doing it.

The ultimate Kevin Garnett quirk? He refuses to accept the fact that makes him so unique: that he's a 7-footer with the skills of a guard. Since his first day in the NBA, Garnett has insisted—to every coach, trainer and public-relations official—that he be listed as 6',11".

Sam Mitchell: Oh, he'd get mad. He never wanted to be 7-foot. I think he always felt like if you list him at 7-feet, you'd put him at center. He never really wanted to play center.

Flip Saunders: He doesn't like labels. He didn't want to be labeled a center. So I used to call him 6-foot-13, because he's really 7'1".

Jim LaBumbard: He was adamant, from Day 1. . I think we just kept him at 6'11". We just rolled with it. We've had other people come to us with requests on weight and things like that. To me it wasn't that big a deal. I just kind of laughed at it.

Flip Saunders: He never let anyone measure him.

Though notoriously change-averse, Kevin Garnett has waived his no-trade clause three times. He went to Boston in 2007 to chase championships. When that window closed in 2013, he moved to Brooklyn, to join another team with title hopes. And when that pursuit fizzled, Garnett consented to one last move: back to the place he calls 'Sota.

On Feb. 19, with the trade deadline approaching, the Nets shipped Garnett to the Timberwolves in a swap for 26-year-old forward Thaddeus Young. For the Nets, it was strictly a basketball move, a chance to get younger and more athletic. For the Timberwolves, it was strictly about Kevin Garnett—his past and his future.

There was sentimentality in the deal, sure, and perhaps some marketing strategy at work, too. Amid another losing season, the Timberwolves needed a move to reenergize the fan base. But Garnett's value now transcends stats, ticket sales or winning percentages.

The Timberwolves wanted Garnett for his influence, for his ferocity and for his self-discipline, for the impression he will make on their promising young players—Andrew Wiggins, Anthony Bennett, Zach LaVine, Gorgui Dieng and Ricky Rubio.

Flip Saunders: I said, "You know, Kevin, you won a championship in Boston, but when people think about you, they're always going to think about you as a Timberwolf. That's when you were MVP, All-NBA, All-Defensive (team)." I thought that maybe there was a chance that he might want to come back and finish, because he never really did want to leave here.

Paul Pierce: I thought he made a good decision. I told him, "The people of Minnesota are really going to appreciate you more than they do in Brooklyn." And I think he felt that.

Jerry Zgoda: Basketball-wise, it made no sense, giving up a guy 26, Thad Young, for this guy. But here, it was a little bit of a fairy tale, him coming back. I was actually surprised how (positively) people reacted to it. I don't know if that was so much that they were hoping that it was the same guy they traded away in 2007, or just the fact of it's just a good story.

Glen Taylor: I'm happy. And I told him.

Andrew Wiggins, Timberwolves rookie: The first couple games we had, there were a lot of fans here at the beginning of the year. Then it started fading away a little bit. Then when KG came back, it was a packed house. A lot of fans came out, a lot of new faces, and you could just feel a different energy in the gym.

Jerry Zgoda: The night he came back was magic. You don't see that that much, especially in that arena. It was special.

Paul Pierce (who, as a member of the Wizards, played against Garnett in his first game back): Oh man, it was unbelievable. I haven't seen Minnesota like that since he left. It used to be one of the loudest buildings in the league when he was there. Then he left, it was like a ghost town.

Flip Saunders: The first road trip we came back on…the young guys were all in the back, three seats on each side. It was Lorenzo [Brown] and Zach and Wig. … So KG started talking about stories and different things, concepts and games. And these three guys were sitting there, like this [Saunders rests his chin on his crossed arms, staring intently] — their eyes, it was like they just saw Santa Claus. If I had a picture — they were riveted to their seats.

Anthony Bennett, Timberwolves forward: He's always a hard worker, always intense, always talkative. Everything about his vibe changed the locker room. … Someone missed a shot, he'll go to them, bring them back up. Just the little things, but it goes a long way for other players.

Flip Saunders: We're trying to get guys that are 20 to start playing like they're 23 or 24. … No one says it like he does. Even the players we have that are the veteran guys, like Gary Neal, say, "I never imagined that KG was this type of leader."

Paul Pierce: He's going to give them an attitude. … He might not be that dominant KG, the MVP, the one dominating games. But his voice is louder than ever, in that locker room moreso I think than in Brooklyn.

Jerry Zgoda: He was having a dialogue with Zach LaVine quite a bit of time before (a game in Utah), giving him grief as much as anything. … Zach goes out and hits two big shots. I heard Garnett was going crazy in the dressing room watching it, saying, "That's my guy."

Flip Saunders: What KG brings, the other things, how he might help these other guys analytically be better, is more important than a low first-round pick or whatever it is.

Those who know Garnett best believe he will play another season or two, as a role player and mentor. After that, many believe Garnett will be given a share of the franchise, or perhaps seek to purchase the club himself, with an investment group. However the next chapter unfolds, it appears Garnett is back in Minneapolis to stay.

Paul Pierce: Let me tell you something, I heard KG say he was going to retire four years ago. In Boston. After like 2010 or '11, he was like this is it, this is it. He's still here.

Jerry Zgoda: I think he's going to be the next owner. He won't put the big money behind it, but he'll be the face of it, like Magic Johnson is with the Dodgers. I think that's why he agreed to do this.

Sam Mitchell: He came home. You think about it, he's the only Timberwolf, period, in history that really means anything. … He's everything. He is everything.

Jerry Zgoda: There's not much to be proud of if you're a Wolves fan for the last 20 years, but he's the guy that defines all that is.

Howard Beck covers the NBA for Bleacher Report and is a co-host of NBA Sunday Tip, 9-11 a.m. ET on SiriusXM Bleacher Report Radio. Follow him on Twitter, @HowardBeck.

Howard Beck interviewed Danny Ainge, Paul Pierce, Flip Saunders, Sam Mitchell, Glen Taylor, Dwane Casey, Terry Porter, Christian Laettner, Jim LaBumbard, Phil Jackson, Gregg Popovich, John Hammond, John Nash, Jerry Zgoda, Steve Aschburner, Jonathan Abrams, Russ Granik, Ron Klempner, Kevin Johnson, Jose Calderon, Andy Miller, Mason Plumlee, Andrew Wiggins and Anthony Bennett.

Ethan Skolnick interviewed Dwyane Wade, LeBron James, Dirk Nowitzki, Chris Webber, Kendrick Perkins, Henry Walker and Tony Allen.

Ric Bucher interviewed Sonny Vaccaro, Brian Scalabrine and Alvin Gentry.

Jared Zwerling interviewed Doc Rivers, Glen Davis, Zach Randolph, Chris Bosh, Tyronn Lue and Joe Abunassar.


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