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Pannello Carro, Arco di Tito

Pannello Carro, Arco di Tito


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Trovato un secondo Arco di Tito

L'Arco di Tito che si trova all'ingresso del Foro Romano attira grandi folle che vogliono vedere questo famoso monumento eretto in memoria dell'assedio romano di Gerusalemme e della distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C.

L'Arco di Tito. Foto: Leen Ritmeyer

La parte interessante è la scena raffigurata sull'intradosso meridionale (lato interno curvo di un arco) che mostra soldati romani che portano via le spoglie del Tempio di Gerusalemme, ovvero il Candeliere (menorah), la Tavola dei Pani di Favola e due trombe.

Il pannello sud mostra il bottino prelevato dal Tempio di Gerusalemme. Foto: Leen Ritmeyer

Oggi è stato riportato dal quotidiano Telegraph che un altro arco monumentale dedicato a Tito è stato ritrovato a Roma all'ingresso sud-est del Circo Massimo.

Sebbene questi resti siano noti da tempo, ora sono stati scavati in modo più completo.

Il Circo Massimo. Il livello del suolo originale era di 6 metri (20 piedi) più in basso. Foto: Leen Ritmeyer

I resti di un arco trionfale costruito in onore dell'imperatore Tito sono stati portati alla luce sotto l'arena per le corse dei carri del Circo Massimo di Roma.

L'arco, che fu costruito subito dopo la morte dell'imperatore nell'81 d.C., avrebbe formato un magnifico ingresso al Circo Massimo, dove gli aurighi si sfidavano l'uno contro l'altro nelle gare descritte nell'epopea hollywoodiana del 1959 Ben Hur.

Veduta del sito del Circo da sud-est. I resti di una base di colonna e parti di colonne scanalate appartenute all'Arco di Tito erano visibili in primo piano prima dello scavo. La torre in primo piano fa parte di una fortificazione medievale. Foto: Wikipedia

Le basi di quattro colonne giganti sono state trovate nel sottosuolo in un'area soggetta a inondazioni. Questa immagine ne mostra uno:

I resti scavati del grande arco costruito per l'imperatore Tito al Circo Massimo. Foto: Dispensa Un disegno CAD dell'aspetto che poteva avere il grande Arco del Circo Massimo.

Il sito di scavo è ora coperto fino a quando non sarà possibile raccogliere fondi per ricostruire questo monumentale arco in marmo.


Pannello Carro, Arco di Tito - Storia



Arco di Tito

Le qualità spaziali dei rilievi dell'Ara Pacis raggiunsero il loro sviluppo più completo nei due grandi pannelli narrativi sull'arco trionfale eretti nell'81 d.C. per commemorare le vittorie dell'imperatore Tito. Uno di loro (Fico. 275) mostra parte del corteo trionfale che celebra la conquista di Gerusalemme. Il bottino esposto comprende il candelabro a sette braccia e altri oggetti sacri. Il movimento di una folla di figure in profondità è trasmesso con sorprendente successo, nonostante la superficie mutilata. A destra, il corteo si allontana da noi e scompare attraverso un arco trionfale posto obliquamente rispetto al piano di fondo in modo che solo la metà più vicina emerga effettivamente dallo sfondo, dispositivo radicale ma efficace.

Il pannello di accompagnamento (Fico. 276) evita tali esperimenti, sebbene il numero di strati di rilievo sia qui ugualmente grande. Abbiamo anche la sensazione che il suo design abbia una qualità stranamente statica, nonostante il fatto che questa sia semplicemente un'altra parte della stessa processione. La differenza deve essere dovuta al soggetto, che mostra il
lo stesso imperatore sul suo carro, incoronato dalla Vittoria alata dietro di lui. Apparentemente la prima preoccupazione dello scultore era quella di mostrare questa immagine fissa, piuttosto che mantenere in movimento la processione. Una volta che proviamo a leggere il carro imperiale e le figure circostanti in termini di spazio reale, ci rendiamo conto di quanto siano stranamente contraddittorie le relazioni spaziali. Quattro cavalli, mostrati rigorosamente di profilo, si muovono in una direzione parallela al bordo inferiore del pannello, ma il carro non è dove dovrebbe essere se lo stessero davvero trainando. Inoltre, i corpi dell'imperatore e della maggior parte delle altre figure sono rappresentati di fronte, piuttosto che di profilo. Queste sembrano convenzioni fisse per rappresentare l'imperatore trionfante che il nostro artista si sentiva costretto a rispettare, sebbene fossero in conflitto con il desiderio di creare quel tipo di movimento coerente nello spazio raggiunto così bene in figura 275.


Arco di Tito.


Arco di Tito. Spoglie dal Tempio di Gerusalemme


275. Spoglie del Tempio di Gerusalemme.
Rilievo nel passaggio. Arco di Tito, Roma. 81 A. D. Marmo, altezza 7'10" (2,4
m)


Arco di Tito. Trionfo di Tito


276. Trionfo di Tito.
Rilievo in corridoio, Arco di Tito


Arco di Tito. Dipinto di Canaletto.

Nota: l'amministratore del sito non risponde ad alcuna domanda. Questa è solo la discussione dei nostri lettori.


Trionfo Romano e Arco di Tito

Sir Lawrence Alma-Tadema, Il Trionfo di Tito: 71 d.C., I Flavi, 1835 olio su tavola, 44,3 x 29 cm (The Walters Art Museum) “L'artista mostra Tito che torna trionfante a Roma dopo la presa di Gerusalemme….Suo padre, l'imperatore Vespasiano…guida il corteo. Tito viene dopo, tenendo per mano sua figlia, Julia, che si rivolge al fratello minore e successore di suo padre, Domiziano... Alma-Tadema ha rappresentato questi eventi attingendo a fonti classiche... e agli ultimi studi del XIX secolo sulla vita quotidiana in Roma." (Museo d'Arte Walter)

Il trionfo romano era un'antica tradizione marziale, una parata così tumultuosa che il suo culmine simbolico consisteva nel catapultare il generale vittorioso (trionfatore) allo status di quasi divino per un solo, inebriante giorno. I romani segnarono il suo status colorando il suo viso di rosso usando il cinabro pigmento minerale (si diceva che il volto di Giove avesse la stessa tonalità rossastra).

I romani fecero risalire le tradizioni del trionfo ai propri inizi. Il leggendario fondatore di Roma, Romolo, fu il primo a celebrare il rito quando sconfisse e uccise Acron, re di Caenina.

Vittoria in Giudea

Nell'estate del 71 E.V. l'imperatore romano Vespasiano e Tito, suo figlio maggiore, avevano sedato una pericolosa rivolta nella provincia romana della Giudea ed erano tornati a Roma per celebrare questo importante traguardo. Non solo, ma la dinastia dei Flavi (Vespasiano e i suoi due figli Tito e Domiziano) era riuscita a conquistare il trono durante l'anno 69 E.V., un periodo di sanguinosi tumulti civili noto come "Anno dei Quattro Imperatori".

Giudea Capta Sesterti (moneta romana) con ritratto di Tito (a sinistra) e una personificazione della Giudea, catturata (a destra) (foto: copyright © David Hendin, usato su autorizzazione)

Molto era in gioco per Vespasiano e Tito, entrambi relativamente nuovi arrivati ​​politici da una stirpe (Flavio) non particolarmente illustre. L'onore del trionfo fu loro accordato congiuntamente, e lo spettacolo (come descritto da Flavio Giuseppe nel suo testo noto come La guerra giudaica) rivaleggiava con tutto ciò che Roma aveva mai visto prima: bottino, prigionieri, narrazioni pittoriche in abbondanza. Tutto questo aveva lo scopo di stupire gli spettatori e di trasportare gli spettatori sui campi di battaglia della guerra a est. Ma il rito del trionfo, la sua parata, persino lo status semidivino accordato alla trionfatore— era effimero. Per questo motivo la successiva costruzione di monumenti permanenti (come l'Arco di Tito) servì a incidere sul paesaggio urbano (e sulla memoria collettiva degli abitanti delle città) che durò molto più a lungo degli eventi della giornata stessa.

Arco di Tito e Colosseo, Roma (foto: Steven Zucker, CC BY-NC-SA 2.0)

La tradizione dei monumenti trionfali lega i Flavi alle tradizioni della Repubblica Romana. I primi monumenti includevano colonne, ad esempio la colonna rostrale (colonna rostrata) di Caius Duilius (c. 260 a.E.V.) e il primo prototipo di arco trionfale noto come fornice Fabianus eretto nel Foro Romano da Q. Fabius Allobrogicus nel 121 a.E.V. L'imperatore Augusto continuò l'uso dell'arco trionfale, pur ristrutturando l'istituzione stessa del trionfo. Poiché i Flavi erano relativamente nuovi nella struttura del potere romano, avevano bisogno di quanta più legittimazione potevano trovare, e quindi partecipare alle antiche tradizioni del trionfo e dei suoi monumenti storici aveva molto senso.

Topografia e il trionfo

Vista attraverso il Foro Romano (Forum Romanum) fino all'Arco di Tito (foto: Steven Zucker, CC BY-NC-SA 2.0)

L'Arco di Tito si trova nella Summa Sacra Via, il punto più alto della Sacra Via, la "Via Sacra" di Roma che fungeva da principale via processionale. Inoltre, l'Arco di Tito domina un punto chiave lungo il percorso trionfale (via Triumphalis)—quello che collega visivamente la valle dell'Anfiteatro Flavio (noto a noi come Colosseo) alla valle del Foro Romano e al di là del Campidoglio. Molte sfilate trionfali erano passate lungo questo percorso per molti secoli, quindi la scelta di collocare un monumento trionfale permanente a cavallo del percorso non è stata casuale ma, piuttosto, volutamente evocativa del fatto che il trionfo come rituale ha creato e rafforzato la memoria collettiva per i romani . Questo arco, costruito come monumento onorifico, onorò Tito postumo e fu un progetto eseguito dal fratello minore e successore imperiale, Domiziano (imperatore, 81-96 d.C.). Un altro arco dedicato a Tito, di natura trionfale, si trovava nella valle del Circo Massimo, ma questo arco sopravvive solo sotto forma di frammenti scultorei sparsi e di una trascrizione medievale della sua iscrizione dedicatoria. Recenti scavi archeologici (2015) nel Circo Massimo hanno rivelato resti precedentemente sconosciuti di questo arco "perduto", inclusi elementi delle sue fondamenta.

L'iscrizione in soffitta

Iscrizione attica, Arco di Tito, dopo l'81 d.C., Roma (foto: Dr. Steven Fine, usato su autorizzazione)

L'antica iscrizione attica superstite (sopra) ricorda la dedica del monumento a Tito. Dato che Tito è identificato come divinizzato (divus), apprendiamo che il completamento del monumento può essere avvenuto solo dopo la morte di Tito nel settembre dell'81 E.V.

Il testo dell'iscrizione in soffitta recita:

SENATVS
POPVLVSQVE·ROMANVS
DIVO·TITO·DIVI·VESPASIANI·F(ILIO)
VESPASIANO·AVGVSTO (CIL 6.945)

Il Senato e il popolo romano (dedica questo) al divinizzato Tito Vespasiano Augusto, figlio del divinizzato Vespasiano

L'iscrizione rende la dedicazione pubblica, intrapresa da parte del Senato e del popolo romano (Senato Populusque Romanus), e ricorda agli spettatori il legame di Tito con suo padre, anch'egli divinizzato, Vespasiano, morto nel 79 d.C. Questa dedica è un esempio di astuta politica di potere da parte dell'imperatore Domiziano: era troppo giovane per partecipare al gloria militare di cui godevano suo padre e suo fratello. Forse ha cercato di crogiolarsi nell'opinione pubblica generalmente favorevole di cui godevano mentre lui stesso passava al potere.

Scultura in rilievo

Veduta della volta del passaggio dell'arco, con un rilievo dell'apoteosi di Tito (foto: Dr. Steven Fine, usato su licenza)

Due rilievi su tavola fiancheggiano l'unico passaggio dell'arco, e un terzo adorna la volta (il rilievo della volta è sopra). Il soggetto dei rilievi laterali attinge al trionfo del 71 E.V. di Vespasiano e Tito, raffigurando importanti episodi trionfali successivi alla caduta di Gerusalemme. In una scena (sotto) i romani trasportano le spoglie del Tempio di Gerusalemme, tra cui una Menorah, trombe sacre e la tavola dei pani di presentazione. Recenti studi hanno dimostrato che questi oggetti erano dipinti con ocra gialla.

Pannello in rilievo che mostra le spoglie di Gerusalemme portate a Roma, Arco di Tito, Roma, dopo l'81 d.C., marmo, alto 7 piedi e 10 pollici (foto: Steven Zucker, CC BY-NC-SA 2.0)

Il pannello trionfale di fronte raffigura Tito su un carro trionfale a quattro cavalli (quadriga) seguito da vicino dalla dea della Vittoria (Victoria), preceduti da inservienti ufficiali detti littori, e accompagnati da rappresentazioni simboliche (genio) del Senato, del popolo romano e della Virtus (virtù virile) (sotto).

Pannello in rilievo che mostra Tito su un carro trionfale a quattro cavalli, Arco di Tito, Roma, dopo l'81 d.C., marmo, alto 7 piedi e 10 pollici (foto: Steven Zucker, CC BY-NC-SA 2.0)

Poiché il corteo trionfale sarebbe passato proprio nel punto in cui è stato costruito l'arco, queste immagini fungono da potenti evocazioni di memorie collettive condivise e custodite dal popolo romano. La raffigurazione nei rilievi riecheggia la tumultuosa sfilata descritta da Flavio Giuseppe. Il programma dell'architettura flavia trasformò in gran parte il paesaggio fisico di Roma, questo programma era pieno di spunti visivi e ricordi del successo flaviano, tutti derivati ​​e incentrati sul grande trionfo al culmine della guerra giudaica.

Restauro e stato attuale

Canaletto, L'Arco di Tito a Roma, 1742-44, olio su tela, 38 x 28 cm (Galleria dell'Accademia Carrara, Bergamo)

Nel corso dell'XI secolo l'arco fu inglobato in una fortezza costruita dalla famiglia Frangipani a Roma, danneggiando i rilievi della tavola ancora oggi visibili. Nel 1821, durante il pontificato di papa Pio VII, Giuseppe Valadier intraprese un importante restauro della struttura superstite. Per identificare le porzioni restaurate, Valadier utilizzò il travertino in contrapposizione al marmo originario. Il lato occidentale dell'attico ha ricevuto una nuova iscrizione al momento di questo restauro. Il famoso dipinto dell'arco del Canaletto offre una visione dello stato del monumento prima del restauro del Valadier.

Influenza

Paul Philippe Cret, The National Memorial Arch nel Valley Forge Park in Pennsylvania, eretto nel 1917

L'Arco di Tito ha fornito a lungo una fonte di ispirazione artistica. Leon Battista Alberti si ispirò alla sua forma quando progettò la facciata della basilica di Sant'Andrea a Mantova, Italia, dopo il 1472. L'Arco di Tito ha ispirato molti archi commemorativi moderni, in particolare l'Arco di Trionfo a Parigi (1806), Stanford White's Arch nel Washington Square Park a New York (1892), lo United States National Memorial Arch nel Valley Forge National Historical Park progettato da Paul Philippe Cret (1917) e l'India Gate di Edward Lutyens a Nuova Delhi (1921).

Risorse addizionali

Maria Barba, Il trionfo romano (Cambridge, Mass.: Belknap, 2009).

A.J. Boyle e W.J. Dominik, Roma Flavia: cultura, immagine, testo (Leida: E.J. Brill, 2003).

F. Coarelli, Divus Vespasiano. Il Bimillenario dei Flavi (Milano: Electa, 2009)

J. C. Edmondson, S. Mason e J. B. Rives, Flavio Giuseppe e Roma Flavia (New York: Oxford University Press, 2005).

R. Ross Holloway, "Alcune osservazioni sull'arco di Tito", L'antiquité classique 56 (1987) pp. 183-191.

il signor Pfanner, Der Titusbogen (Magonza: P. von Zabern, 1983).

L. Roman, “Marziale e la città di Roma”. Il Giornale di Studi Romani 100 (2010) pagg. 1-30.

L. Yarden, Le spoglie di Gerusalemme sull'Arco di Tito: una nuova indagine (Stoccolma: Svenska Institutet i Rom Göteborg: Distributore, P. Åströms, 1991).


Arco di Tito

L'Arco di Tito (italiano: Arco di Tito Latino: Arcus Titi) è un arco onorifico del I secolo d.C., situato sulla Via Sacra, a Roma, appena a sud-est del Foro Romano. Fu costruito nel c. 81 dC dall'imperatore Domiziano poco dopo la morte del fratello maggiore Tito per commemorare la deificazione ufficiale di Tito o consacrazione e la vittoria di Tito insieme al loro padre, Vespasiano, sulla ribellione giudaica in Giudea.

Contenuti

Cita questo articolo

APA
Arco di Tito (n.d.). Estratto il 19 giugno 2021 da https://madainproject.com/arch_of_titus

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Arco di Tito. Progetto Madain, madainproject.com/arch_of_titus.

Chicago
"Arco di Tito". Madain Project, n.d. https://madainproject.com/arch_of_titus.

Nota: Rivedere sempre i riferimenti e apportare le correzioni necessarie prima dell'uso. Presta attenzione a nomi, lettere maiuscole e date.

Panoramica

L'arco contiene pannelli raffiguranti la processione trionfale celebrata nel 71 d.C. dopo la vittoria romana culminata con la caduta di Gerusalemme e fornisce una delle poche rappresentazioni contemporanee di manufatti del Tempio di Erode. Divenne un simbolo della diaspora ebraica e la menorah raffigurata sull'arco servì da modello per la menorah usata come emblema dello stato di Israele.

Dettagli architettonici

Pannello interno meridionale
Il pannello interno sud (ispeziona) raffigura il bottino prelevato dal Tempio di Gerusalemme. Il candelabro d'oro o Menorah è il fulcro principale ed è scolpito in profondo rilievo. Altri oggetti sacri che vengono portati nel corteo trionfale sono le Trombe d'Oro, i bracieri per togliere le ceneri dall'altare e la Tavola dei Pani di Favola. Questi bottini erano probabilmente originariamente colorati in oro, con lo sfondo in blu.

Pannello interno settentrionale
Il pannello interno nord raffigura Tito come trionfatore assistito da vari geni e littori, che portano fasci. Un amazzone con l'elmo, Valour, guida la quadriga o carro a quattro cavalli, che trasporta Tito. La Vittoria Alata lo incorona con una corona d'alloro. La giustapposizione è significativa in quanto è uno dei primi esempi di divinità e umani presenti in una scena insieme. Questo contrasta con i pannelli dell'Ara Pacis, dove umani e divinità sono separati.

Iscrizione occidentale
L'iscrizione originale è attaccata al lato ovest dell'Arch. È scritto in maiuscolo quadrato romano e recita:
SENATVS
POPVLVSQVE·ROMANVS
DIVO·TITO·DIVI·VESPASIANI·F(ILIO)
VESPASIANO·AVGVSTO
Traduzione: "Il Senato e il popolo romano (dedicano questo) al divinizzato Tito Vespasiano Augusto, figlio del divinizzato Vespasiano".

Via Sacra
Mentre il tratto occidentale della Via Sacra che attraversa il Foro segue l'antico tracciato originario della strada, il tratto orientale tra la fine del Foro e il Colosseo, che passa sotto l'Arco di Tito, è una deviazione della strada costruita dopo il Grande Incendio di Roma del 64 d.C.

Galleria

Guarda anche

Riferimenti

  • "L'Arco di Tito". mostre.kelsey.lsa.umich.edu. Estratto 06-07-2017.
  • Diana Rowell (23 agosto 2012). Parigi: La "Nuova Roma" di Napoleone I. Bloomsbury Publishing. pp. 43–. ISBN 978-1-4411-2883-6.
  • In inglese https://archive.org/stream/marvelsromeorap00nichgoog#page/n50/mode/2up in latino: "Arcus septem lucernarum Titi et Vespasiani, ubi est candelabrum Moysi cum arca habens septem brachia in piede turris cartulariae", Mirabilia Urbis Romae , pagina 4
  • Élisabeth Chevallier, Raymond Chevallier, Iter Italicum: les voyageurs français à la découverte de l'Italie ancienne , Les Belles Lettres, 1984, ISBN 9782251333106, pagine 274-291
  • A Let's Go City Guide: Roma, p. 76, Vedran Lekić, 2004 ISBN 1-4050-3329-0.
  • De la Croix, Horst Tansey, Richard G. Kirkpatrick, Diane (1991). L'arte di Gardner attraverso i secoli (9a ed.). Thomson/Wadsworth. P. 232. ISBN 0-15-503769-2.
  • Gli edifici d'Europa: Roma, pagina 33, Christopher Woodward, 1995 ISBN 0-7190-4032-9.
  • Sotto l'arco di Tito la festa degli ebrei, la Repubblica, 23 dicembre 1997. Consultato il 27 luglio 2019.
  • Festa di Channoukà: Celebrazione dei 50 anni dello Stato d'Israele presso l'Arco di Tito alla presenza delle autorità e della Comunità israelitica romana. Sul sito di Radio Radicale, 23 dicembre 1997. Consultato il 27 luglio 2019.
  • Morton Satin, un direttore di divisione presso l'Organizzazione per l'alimentazione e l'agricoltura ha pubblicato un articolo su The Forward, affermando di aver "suscitato con successo una considerevole deliberazione all'interno della comunità ebraica di Roma" per la fine pubblica del divieto: Satin, Morton (2013- 12-01). "Campagna di un uomo contro l'Arco di Tito - e come ha cambiato gli ebrei d'Italia". L'Avanti. Estratto il 30/07/2014. Secondo un antico divieto posto al monumento dalle autorità ebraiche di Roma, una volta che un ebreo passa sotto l'arco, non può più essere considerato ebreo. il rabbino capo di Roma aveva detto all'ambasciata israeliana che il divieto originario non era più valido, poiché era stato istituito uno Stato indipendente di Israele. Sfortunatamente, nessuno che sapeva del divieto era mai stato informato della sua abrogazione!
  • Steven D. Fraade, Il tempio come indicatore dell'identità ebraica prima e dopo il 70 d.C.: Il ruolo dei vasi sacri nella memoria e nell'immaginazione rabbiniche, p. 246. "l'Arco di Tito non è mai menzionato nelle fonti rabbiniche. Ci sono diversi riferimenti a visioni rabbiniche del II secolo di oggetti del Tempio catturati a Roma".
  • Artus, Paul (2006). Arte e architettura dell'Impero Romano. Libri Bellona. pp. 45-48. ISBN 978-0-9582693-1-5.
  • Il dottor Jeffrey Becker. "L'Arco di Tito". Sito web dell'Accademia Khan. Estratto il 27 luglio 2019.
  • "Arco di Tito". Smarthistory alla Khan Academy. Estratto il 19 dicembre 2012.
  • Mishory, Alec. "Simboli nazionali israeliani: l'emblema dello stato". Biblioteca virtuale ebraica. Estratto il 30/07/2014.

Ovazioni

Un livello giù da un trionfo è stata un'ovazione. Questo è stato assegnato per le vittorie su avversari facili (meno di 5.000 vittime) o quelli ritenuti privi di onore come pirati o rivolte di schiavi. Ne è un esempio l'assegnazione di una semplice ovazione a Marco Licinio Crasso dopo aver sedato la rivolta di Spartaco. Un'ovazione era considerata più appropriata anche per le battaglie indecise. Alcune delle differenze chiave, oltre ad avere meno prestigio e pompa, erano che il comandante non guidava un carro ma viaggiava a cavallo o addirittura a piedi, i soldati spesso non partecipavano e una pecora veniva sacrificata alla fine della processione, non un toro. Anche l'abito del comandante non era particolarmente speciale poiché indossava la veste di un magistrato e una corona di mirto, non di alloro. A volte i comandanti, dopo essere stati rifiutati dal denaro pubblico e dal diritto di tenere un'ovazione o un trionfo proprio dal Senato, hanno messo in scena la loro versione in scala ridotta sul Monte Alban. C'erano anche una o due persone che tentarono di organizzare un trionfo fuori Roma - Albucio nel 104 a.C. ne tenne uno in Sardegna e Marco Antonio nel 34 a.C. ad Alessandria - ma questi erano considerati di pessimo gusto dall'élite dominante a Roma.


Pannello Carro, Arco di Tito - Storia

L'Arco di Tito ha commemorato la processione trionfale dell'esercito romano dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme e ha anche commemorato l'apoteosi (deificazione) di Tito, ma che dire degli ulivi?

Gli ulivi (a destra) fiancheggiano una parte della Via Sacra che porta all'Arco di Tito. L'ulivo dimostra che Dio ama ancora l'Israele etnico, e un giorno "tutto Israele sarà salvato".

introduzione

Durante gli ultimi due decenni del I secolo d.C., Roma fu nelle mani dell'imperatore Domiziano autodivinizzato. Immagina un piccolo gruppo di credenti nel Signore Gesù che passa davanti al Colosseo a Roma e gira a ovest verso il Foro Romano e il Campidoglio. Osservano, nel punto più alto della Via Sacra, l'Arco di Tito appena eretto. Forse alcuni in questo gruppo potrebbero essere colpiti dagli uliveti su entrambi i lati della strada e hanno colto l'ironia di questo punto di vista. L'Arco di Tito ha commemorato il corteo trionfale dell'esercito romano dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme e ha anche commemorato il apoteosi (deificazione) di Tito ma che dire degli ulivi?

Il Apoteosi dell'imperatore Tito. Un'aquila porta in cielo il defunto imperatore Tito dopo essere stato divinizzato dal Senato romano.

Immaginate ancora che uno degli individui di questo gruppo fosse sopravvissuto alla distruzione della Città Santa di Gerusalemme da parte dell'esercito romano, fosse stato portato a Roma come prigioniero e fosse stato portato come prigioniero nel corteo trionfale dell'imperatore Vespasiano e di suo figlio Tito. In seguito fu venduto come schiavo nella Città Eterna, Roma. Forse la famiglia in cui questo individuo è stato venduto aveva anche schiavi cristiani. Alla fine, uno dei cristiani ha condiviso con questa persona ebrea il vangelo (buona notizia) di Gesù Cristo. Il messaggio era semplice: Dio ha amato il mondo e ha mandato Suo Figlio, l'Agnello immacolato di Dio, il Signore Gesù senza peccato, a morire ea pagare per i peccati di tutta l'umanità. Offre il dono gratuito della vita eterna, il perdono dei peccati, la giustizia di Dio e una casa in cielo a chiunque riponga la propria fiducia nel Signore Gesù come loro Salvatore. Fare buone opere e obbedire ai comandamenti non era abbastanza buono per meritare la giustizia di Dio. Solo la fede, solo nel Signore Gesù Cristo, otterrebbe il favore di Dio (Gv 3,16 Rm 4,5 Fil 3,9 Ef 2,8-9 1 Pt 1,18, 19 1 Gv 2,2). Questo schiavo ebreo fu toccato da questo messaggio e confidò nel Signore Gesù come Messia e Salvatore.

Mentre questo gruppo di credenti percorre la Via Sacra, il nuovo convertito medita su alcuni versetti che sono stati letti quella mattina a un incontro dei fratelli e delle sorelle nel Messia Gesù. I versi dicevano: 'Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Sarà la tribolazione, o l'angoscia, o la persecuzione, o la fame, o la nudità, o il pericolo, o la spada? Come sta scritto: "Per amor tuo siamo messi a morte tutto il giorno, siamo considerati pecore da macello". Eppure in tutte queste cose siamo più che vincitori per mezzo di Colui che ci ha amati. Sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né potestà, né presente né avvenire, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà separarci dall'amore di Dio che è in Cristo Gesù nostro Signore» (Rm 8:35-39, NR).

Il convertito ebreo era gioioso nel fatto che assolutamente nulla potesse separare un credente nel Signore Gesù dall'amore di Dio. Ma c'erano diverse domande scottanti nella sua mente, che da adolescente aveva sperimentato tribolazione, angoscia, persecuzione, carestia, nudità, pericolo e spada per mano dei romani a Gerusalemme diversi decenni prima. Quando ha visto per la prima volta il pannello sull'Arco di Tito raffigurante gli attrezzi del Tempio che vengono portati via durante la processione trionfale, ha chiesto al gruppo: 'Dio ama ancora l'etnia Israele? Disse di sì (Dt 7,8 Ger 31,3). Ha finito con lei o c'è ancora un futuro per la nazione di Israele?' Il leader scese dalla Via Sacra e si avvicinò a un ramo negli uliveti e disse: 'La risposta alla tua domanda, caro fratello, si trova in questo ulivo. Sì, il nostro amorevole Dio ha ancora un futuro per la nazione di Israele!'

L'Arco di Tito

L'imperatore Domiziano eresse questo arco a un solo fornice con proporzioni eleganti in memoria del suo defunto fratello, Tito, dopo che fu divinizzato dal Senato romano nell'81 d.C. Sopra l'arco c'è un'iscrizione che recita: "Il Senato e il popolo romano al Tito Vespasiano divinizzato Augusto figlio del divinizzato Vespasiano» (Holloway 1987: 184). Questo arco è alto 50,5 piedi (15,4 m), largo 44,3 piedi (13,5 m) e profondo 15,5 piedi (4,75 m), ed è rivestito di marmo pentelico (Richardson 1992: 30).

Ci sono tre rilievi che avrebbero catturato gli occhi di chiunque camminasse sotto l'arco. Quando si alza lo sguardo verso la corona dell'arco, c'è un rilievo che mostra un'aquila che porta in cielo l'imperatore divinizzato Tito. Questo rappresentava il suo apoteosi. Ci sono anche due rilievi di passaggio da notare. Sul lato sud c'è un rilievo dell'esercito romano che porta via il bottino dal tempio di Erode a Gerusalemme nell'anno 70 d.C. Questo rilievo include una menorah (portalampada), la tavola dei pani di presentazione con due vasi su di essa e i due trombe. Ci sono anche soldati che reggono cartelli con i nomi delle città conquistate o immagini di varie scene di battaglia. Sul lato nord del passaggio c'è un rilievo con Tito su un carro guidato da Roma. Nike, la dea della vittoria, lo incorona con una corona, mostrando la sua vittoria sulla nazione ebraica.

Giuseppe Flavio, storico ebreo del I secolo e membro adottivo della famiglia Flavia, ha dato un resoconto dettagliato di questa processione trionfale nel suo libro, Guerre ebraiche, scritto intorno al 75 d.C. (7:123-57 LCL 3:541-51). Dopo il trionfo, alcuni oggetti furono collocati nel Tempio della Pace (Templum Pax) costruito da Vespasiano vicino al Foro Romano, e altri oggetti furono collocati nel suo palazzo sul Palatino (Guerre 7:158-62 LCL 3:551 -53 Richardson 1992: 286-87).

C'era un altro arco nel Circo Massimo, costruito pochi anni prima, che era dedicato alla vittoria dell'imperatore Tito sul popolo ebraico, ma oggi non è conosciuto archeologicamente. È, tuttavia, noto da monete, rilievi e mosaici (Richardson 1992: 30). Una delle iscrizioni su questo arco afferma:

Il Senato e il Popolo Romano all'Imperatore Tito Cesare Vespasiano Augusto figlio del divinizzato Vespasiano Pontifex Maximus, detentore del potere tribunizio per la decima volta, imperatore per la diciassettesima volta, console per l'ottava volta, padre della patria, il molto princeps di Roma perché con l'esempio e il consiglio di suo padre vinse gli ebrei e distrusse la città di Gerusalemme che già prima era stata assediata da generali, re e popoli invano o lasciata indisturbata da loro (Holloway 1987: 191).

L'iscrizione dedicatoria sopra l'Arco di Tito, che recita: "Il Senato e il popolo romano al divinizzato Tito Vespasiano Augusto figlio del divinizzato Vespasiano".

Tito su un carro nel corteo trionfale che commemorava la distruzione di Gerusalemme. Nike, la dea della vittoria, è raffigurata mentre lo incorona con una corona di vincitori.

L'Ulivo in Romani 11

L'apostolo Paolo scrisse un'epistola alla chiesa di Roma intorno al 58 dC. Alla fine del capitolo 8 di questa epistola pone la domanda: 'Cosa può separarci dall'amore di Dio?' (8:35). Risponde alla sua stessa domanda dicendo, assolutamente niente! (8:35-39). Un credente ebreo nel Signore Gesù, leggendo questa dichiarazione dopo la caduta di Gerusalemme nel 70 d.C., potrebbe porre la domanda: 'E l'etnia di Israele? Dio ha finito con lei?' Paolo risponde a queste domande nei prossimi tre capitoli di questo libro (Rm 9-11). Nel capitolo 9 discute la storia passata di Israele e la sua elezione per grazia. Nel capitolo 10 descrive l'attuale Israele e come sta cercando la giustizia da Dio mediante le opere, e non mediante la sola fede in Cristo solo. Infine, nel capitolo 11 rivela il futuro dell'etnia israeliana. Un giorno, tutto Israele sarà salvato (11:26).

Il nostro gruppo immaginario si raccoglie intorno a un ulivo vicino all'Arco di Tito. Il capo indica un ramo di olivo selvatico che era stato innestato nell'olivo e dice: "L'apostolo Paolo scrisse una lettera alla nostra chiesa e descrisse la radice di un olivo come le benedizioni a tutte le famiglie della terra promesse nel Patto Abramitico (Rm 11,16-18 cfr Gn 12,3, Gal 3,6-9). Alcuni dei rami dell'ulivo, etnia israeliana, erano stati spezzati a causa della loro incredulità, ma dei rami di olivo selvatico, Gentili, erano stati innestati (11:17-22). La salvezza dei Gentili fu di provocare la gelosia dell'Israele etnico (11:11-14). Se un individuo ebreo tornasse al Signore Gesù e si fidasse di Lui come Messia e Salvatore, sarebbe innestato di nuovo nell'albero (11:23-25). Ma verrà un giorno in cui 'tutto Israele sarà salvato' quando guarderanno a Colui che hanno trafitto (11:26 cfr. Zac 12:10, Ap 1:7).'

(Per una discussione sull'innesto di colui che fu contemporaneo dell'apostolo Paolo, cfr Columella, De Re Rustica 5.11 LCL 2:101-113. Per una discussione sull'arboricoltura di Romani 11:17-24, vedere Baxter e Ziesler 1985: 25-32 Ramsay 1905: 16-34, 152-60 Bruce 1988: 203-210.)

Ci sono almeno due verità teologiche che potrebbero essere tratte da un credente nel Signore Gesù che nel I secolo dC visitò l'Arco di Tito. In primo luogo, che l'imperatore Tito era stato dichiarato figlio di un dio con un voto del Senato romano, e il suo... apoteosi was validated by large inscriptions over monumental structures, by coins, and by a relief showing him ascending to heaven on the back of an eagle. In sharp contrast, the Lord Jesus was declared to be the Son of God by His bodily resurrection from the dead (Rom 1:3-4), and this declaration was validated by the many eyewitnesses who saw Him after His resurrection (1 Cor 15:1-9). The resurrected and living Lord Jesus is infinitely superior to the dead and cremated Emperor Titus (Aitken 2001: 73-88 2005: 82-85).

Roman soldiers carrying the booty from the destruction of Jerusalem in AD 70 in a triumphal procession. The soldiers carry panels with of showbread, as they approach an earlier triumphal arch on the relief.

Second, the two scenes from the passageway of the Arch of Titus indicated that the Temple in Jerusalem was destroyed, and some might conclude that God had rejected ethnic Israel. However, the Apostle Paul illustrated from the olive tree in Romans 11 that Israel's rejection was not complete but only partial, and that there remains a remnant of Israel according to the election of grace (11:5). Their rejection was not final but only temporary, because one day in the future 'all Israel shall be saved' (11:26).

Paintings depicting the battles of the Jewish revolt and the menorah from the Temple, as well as the two silver trumpets and the table.

Bibliografia

2001 Portraying the Temple in Stone and Text: The Arch of Titus and the Epistle to the Hebrews. Pag. 73-88 in Religious Texts and Material Context. Ed. J. Neusner and J. Strange. Lanham MD: University Press of America.

2005 Reading Hebrews in Flavian Rome. Union Seminary Quarterly Review 59: 82-85.

1985 Paul and Arboriculture: Romans 11:17-24. Journal for the Study of the New Testament 24: 25-32.

1988 The Letter of Paul to the Romans. Grand Rapids MI: Eerdmans.

Columella, Lucius Junius Moderatus

1968 De Res Rustica (On Agriculture), Books 5-9. vol. 2. Trans. E.S. Forster and E.H. Heffner. Cambridge MA: Harvard University. Loeb Classical Library 407.

1987 Some Remarks on the Arch of Titus. L'Antiquite Classique 56: 183-91.

1979 Jewish Wars, Books 4-7. vol. 3. Trans. H. Thackeray. Cambridge MA: Harvard University. Loeb Classical Library 210.

1905 The Olive-Tree and the Wild-Olive. Expositor, 6th series, 11:16-34, 152-60. Reprinted in Pauline and Other Studies in Early Christian History. New York: A.C. Armstrong and Son, 1906: 219-50.

1992 A New Topographical Dictionary of Ancient Rome. Baltimore MD: John Hopkins University.


When was the Arch of Titus constructed?

Located in the archaeological area of the Roman Forum, the Arch of Titus is a large white marble arch, standing fifteen meters tall and 6 meters wide. It is one of the two oldest remaining arches in the forum. The identity of the architect is unknown as there are no surviving documents from the construction’s time.

The History of the Arch

The arch was built following the death of Roman Emperor Titus in 81D. Titus was emperor for only two short years but was a very much-loved ruler. The construction began in 82 AD by Titus’ younger brother Domintian, who became his successor, to honour his brother along the main street of ancient Rome. They held a festival in 85 AD after completion to commemorate the dedication. It remained intact over time, even after the fall of Rome in the fifth century, however, closer to modern times the building did deteriorate. This resulted in a restoration of the arch between 1817 to 1821, with major repair of the outer areas and its exterior columns.

The Architecture of the Arch

The arch’s decoration has not completely survived the ravages of time, however, there are still a few noteworthy carvings. The inscription at the centre of the arch and is in situ. It translates as ‘The Senate and People of Rome, to Divus (meaning divine) Titus, son of Divus Vespasian, Vespasian Augustus.’ Side panels illustrate the war of Jerusalem. The first panel illustrates Titus’ triumph march over Jerusalem in 71 AD. The other panel shows Titus riding a horse-drawn chariot, being crowned by a manifestation of Victory. The arch depicts Titus as a god-like person, as seen in another illustration, Titus riding an eagle ascending to the sky.

How you can see the Arch

To see this incredible landmark and to discover the history and culture of Ancient Rome, you must visit the Roman Forum. It was once the social, political and commercial hub of the Roman Empire, with the Arch of Titus sitting along the main strip. We suggest taking a tour around the forum, so you can hear about the rich history of each artefact remaining. Marvel at this archaeological haven, with other significant sites including the Curia, funeral altar of Julius Caesa, and the House and Temple of Vestals.


Roman Art and Archaeology

The objective of this course is to provide an overview of the culture of ancient Rome beginning about 1000 BCE and ending with the so-called "Fall of Rome". We will look at some of the key people who played a role in Rome, from the time of the kings through the Roman Republic and the Roman Empire. We will also focus on the city of Rome itself, as well as Rome's expansion through Italy, the Mediterranean, and beyond.

Рецензии

To me, it is the best structured course so far. Quiz after every lesson and written assignment after every week. Also, prof. Soren is reproducing it steadily and in comprehending fashion.

I really enjoyed every second of it! It was very comprehensive yet easy to understand and enjoyable. If you have the tiniest passion for classics, I definitely recommend this course!

Augustus - formerly known as Octavian - set the tone for the next major phase of Rome: the Roman empire. His family-related successors, the Julio-Claudians, would continue his rule. Yet none of his successors had the charisma or vision of Augustus himself, and some such as Caligula and Nero have become synonymous with profligacy and decadence of an extreme nature. By the year 69 CE. Rome was in chaos. But the emperor Vespasian restored order and dignity - not to mention humility - to the office, and instituted his own dynasty, the Flavians. Unfortunately, Vespasian's second son, Domitian, brought his Flavian dynasty to an end through dreadful administration. Domitian was murdered in 96 CE.

Преподаватели

David Soren

Текст видео

In order to shower glory on his predecessors and bask in it himself, Domitian completed the Colosseum and had erected near it a triumphal arch, or what in Latin we call an arcus, A-R-C-U-S, which has come down through history as the Arch of Titus, even though Domitian actually put it up. It also celebrated the sacking of Jerusalem in the Jewish wars, which was capped by the destruction of the Jewish temple and the carrying off as booty of the silver trumpets that had called the faithful to celebrate Rosh Hashanah, the table for the displaying of the shoe bread, the unleavened 12 loaves of bread that were placed at the alter of Jehovah on the Sabbath, the Hebrew priests, and other temple treasures. The arcus was thus a huge propaganda billboard announcing the accomplishments and explaining the lineage of the ruling emperor and the dynasty. The Arch of Titus originally had three openings, but the monument had been built into a medieval fortification. It was finally restored in the early 19th century by, of all people, Napoleon's classically disposed architect Giuseppe Valadier so that only the central portion of the arcus may be trusted as authentic. On the inside, those passing beneath along the sacred way, to and from the Roman Forum, would see two major panels containing relief sculptures. On one, the sacking of the temple in Jerusalem was prominently displayed as part of an imperial triumph, marching its way through a triumphal arched gateway. Some of the marchers carried placards on a stick, the so called tabulae on satae or winged tabulae, winged images, which announced the victory and described the troops involved and the booty that was taken out of the temple. On the other panel appeared the emperor in a chariot holding the sceptre of Jupiter and a palm branch and wearing a laurel, a neck ornament or bulla, which was used to ward off evil spirits. Unlike the Ara Pacis Augustae which we've look at before and which kept the emperor separated from the divine figures or personifications, this panel shows Titus in the company of the personification of the Senate as an older toga-clad man. And also he's In the company of the genius of the people of Rome, who's shown as a muscular, long-haired youth. The Lictors also appear, carrying the beechwood rods symbolizing the power of the emperor. The rods almost form a radiant crown over the heads of the horses that are pulling the imperial chariot. Well, the burning of the Jewish temple, the establishment of a poll tax in Jerusalem, the abolition of the council of Jewish leaders, the scattering, or what is known as the diaspora of the Jews, and the institution of the formal worship of Jupiter on the temple mount in Jerusalem were considered major accomplishments of the Flavian regime, described by the historian, Flavius Josephus. Around the outside of the arch, in carving of lesser quality, the parade of spoils out of Jerusalem is particularly celebrated. Well this is a monument to help justify a weak Emperor and a monument that celebrates Roman imperialism at its most blatant. The Flavian style shows a fall off from the artistic plasticism of the Augustan age. Whereas Augustus relied on flat, carefully rendered, highly plastic and supple carving, the Flavian sculptors often relied on deep pockets of light and shade to create an immediate sense of flashing highlights. There was less carefulness in the execution. The figures lack classical proportion. And the sculpture, the figures, the heads of the people tend to be stacked up one above another, rather to be on the same level, and appearing to recede into the background as they did on the Ara Pacis. These figures are tiered up. They're stiffer. They're stumpier. They lack the catenaries or chains of drapery. So it's a kind of stiffer style, a more cursory style. Visitors to the arch often forget, also, to look up once they are inside the archway, where one would see the Emperor Titus undergoing an apotheosis and being borne up into the realm of the gods. Domitian built an enormous palace for himself, the Flavian Palace, which consisted of an enormous public space complete with a huge reception hall. So the Arch of Titus wasn't enough for him. He had to have a big, big palace, as well. And in it there was a massive, really enormous, public space That he used for his reception hall. And he had a massive dining room surrounded by fountains with gurgling jets of water spewing forth. This was a big palace, a palace for the public, and a palace that he could also live in because next to this massive complex for public reception and public dining was his personal home, overlooking directly the Circus Maximus so that he, a great sports enthusiast could watch the chariot races without having to leave his home at all.


Contenuti

Il vir trionfale Modificare

In Republican Rome, truly exceptional military achievement merited the highest possible honours, which connected the vir trionfale ("man of triumph", later known as a triumphator) to Rome's mythical and semi-mythical past. In effect, the general was close to being "king for a day", and possibly close to divinity. He wore the regalia traditionally associated both with the ancient Roman monarchy and with the statue of Jupiter Capitolinus: the purple and gold "toga picta", laurel crown, red boots and, again possibly, the red-painted face of Rome's supreme deity. He was drawn in procession through the city in a four-horse chariot, under the gaze of his peers and an applauding crowd, to the temple of Capitoline Jupiter. The spoils and captives of his victory led the way his armies followed behind. Once at the Capitoline temple, he sacrificed two white oxen to Jupiter and laid tokens of his victory at Jupiter's feet, dedicating his victory to the Roman Senate, people, and gods. [1]

Triumphs were tied to no particular day, season, or religious festival of the Roman calendar. Most seem to have been celebrated at the earliest practicable opportunity, probably on days that were deemed auspicious for the occasion. Tradition required that, for the duration of a triumph, every temple was open. The ceremony was thus, in some sense, shared by the whole community of Roman gods, [2] but overlaps were inevitable with specific festivals and anniversaries. Some may have been coincidental others were designed. For example, March 1, the festival and dies natalis of the war god Mars, was the traditional anniversary of the first triumph by Publicola (504 BCE), of six other Republican triumphs, and of the very first Roman triumph by Romulus. [3] Pompey postponed his third and most magnificent triumph for several months to make it coincide with his own dies natalis (birthday). [4] [5]

Religious dimensions aside, the focus of the triumph was the general himself. The ceremony promoted him – however temporarily – above every mortal Roman. This was an opportunity granted to very few. From the time of Scipio Africanus, the triumphal general was linked (at least for historians during the Principate) to Alexander and the demi-god Hercules, who had laboured selflessly for the benefit of all mankind. [6] [7] [8] His sumptuous triumphal chariot was bedecked with charms against the possible envy (invidia) and malice of onlookers. [9] [10] In some accounts, a companion or public slave would remind him from time to time of his own mortality (a Memento mori). [11]

The procession Edit

Rome's earliest "triumphs" were probably simple victory parades, celebrating the return of a victorious general and his army to the city, along with the fruits of his victory, and ending with some form of dedication to the gods. This is probably so for the earliest legendary and later semi-legendary triumphs of Rome's regal era, when the king functioned as Rome's highest magistrate and war-leader. As Rome's population, power, influence, and territory increased, so did the scale, length, variety, and extravagance of its triumphal processions.

The procession (pompa) mustered in the open space of the Campus Martius (Field of Mars) probably well before first light. From there, all unforeseen delays and accidents aside, it would have managed a slow walking pace at best, punctuated by various planned stops en route to its final destination of the Capitoline temple, a distance of just under 4 km (2.48 mi). Triumphal processions were notoriously long and slow [12] the longest could last for two or three days, and possibly more, and some may have been of greater length than the route itself. [13]

Some ancient and modern sources suggest a fairly standard processional order. First came the captive leaders, allies, and soldiers (and sometimes their families) usually walking in chains some were destined for execution or further display. Their captured weapons, armour, gold, silver, statuary, and curious or exotic treasures were carted behind them, along with paintings, tableaux, and models depicting significant places and episodes of the war. Next in line, all on foot, came Rome's senators and magistrates, followed by the general's lictors in their red war-robes, their fasces wreathed in laurel, then the general in his four-horse chariot. A companion, or a public slave, might share the chariot with him or, in some cases, his youngest children. His officers and elder sons rode horseback nearby. His unarmed soldiers followed in togas and laurel crowns, chanting "io triumphe!" and singing ribald songs at their general's expense. Somewhere in the procession, two flawless white oxen were led for the sacrifice to Jupiter, garland-decked and with gilded horns. All this was done to the accompaniment of music, clouds of incense, and the strewing of flowers. [14]

Almost nothing is known of the procession's infrastructure and management. Its doubtless enormous cost was defrayed in part by the state but mostly by the general's loot, which most ancient sources dwell on in great detail and unlikely superlatives. Once disposed, this portable wealth injected huge sums into the Roman economy the amount brought in by Octavian's triumph over Egypt triggered a fall in interest rates and a sharp rise in land prices. [15] No ancient source addresses the logistics of the procession: where the soldiers and captives, in a procession of several days, could have slept and eaten, or where these several thousands plus the spectators could have been stationed for the final ceremony at the Capitoline temple. [16]

The route Edit

The following schematic is for the route taken by "some, or many" triumphs, and is based on standard modern reconstructions. [17] Any original or traditional route would have been diverted to some extent by the city's many redevelopments and re-building, or sometimes by choice. The starting place (the Campus Martius) lay outside the city's sacred boundary (pomerio), bordering the eastern bank of the Tiber. The procession entered the city through a Porta Triumphalis (Triumphal Gate), [18] and crossed the pomerio, where the general surrendered his command to the senate and magistrates. It continued through the site of the Circus Flaminius, skirting the southern base of the Capitoline Hill and the Velabrum, along a Via Triumphalis (Triumphal Way) [19] towards the Circus Maximus, perhaps dropping off any prisoners destined for execution at the Tullianum. [20] It entered the Via Sacra then the Forum. Finally, it ascended the Capitoline Hill to the Temple of Jupiter Capitolinus. Once the sacrifice and dedications were completed, the procession and spectators dispersed to banquets, games, and other entertainments sponsored by the triumphing general.

Banquets, games, and entertainments Edit

In most triumphs, the general funded any post-procession banquets from his share of the loot. There were feasts for the people and separate, much richer feasts for the elite some went on for most of the night. Dionysus offers a contrast to the lavish triumphal banquets of his time by giving Romulus's triumph the most primitive possible "banquet" – ordinary Romans setting up food-tables as a "welcome home", and the returning troops taking swigs and bites as they marched by. He recreates the first Republican triumphal banquet along the same lines. [21] Varro claims that his aunt earned 20,000 sesterces by supplying 5,000 thrushes for Caecilius Metellus's triumph of 71 BCE. [22]

Some triumphs included ludi as fulfillment of the general's vow to a god or goddess, made before battle or during its heat, in return for their help in securing victory. [23] In the Republic, they were paid for by the triumphing general. Marcus Fulvius Nobilior vowed ludi in return for victory over the Aetolian League and paid for ten days of games at his triumph.

Commemorazione Modifica

Most Romans would never have seen a triumph, but its symbolism permeated Roman imagination and material culture. Triumphal generals minted and circulated high value coins to propagate their triumphal fame and generosity empire-wide. Pompey's issues for his three triumphs are typical. One is an aureus (a gold coin) that has a laurel-wreathed border enclosing a head which personifies Africa beside it, Pompey's title "Magnus" ("The Great"), with wand and jug as symbols of his augury. The reverse identifies him as proconsul in a triumphal chariot attended by Victory. A triumphal denarius (a silver coin) shows his three trophies of captured arms, with his augur's wand and jug. Another shows a globe surrounded by triumphal wreaths, symbolising his "world conquest", and an ear of grain to show that his victory protected Rome's grain supply. [24]

In Republican tradition, a general was expected to wear his triumphal regalia only for the day of his triumph thereafter, they were presumably displayed in the atrium of his family home. As one of the nobility, he was entitled to a particular kind of funeral in which a string of actors walked behind his bier wearing the masks of his ancestors another actor represented the general himself and his highest achievement in life by wearing his funeral mask, triumphal laurels, and toga picta. [25] Anything more was deeply suspect Pompey was granted the privilege of wearing his triumphal wreath at the Circus, but he met with a hostile reception. [26] Julius Caesar's penchant for wearing his triumphal regalia "wherever and whenever" was taken as one among many signs of monarchical intentions which, for some, justified his murder. In the Imperial era, emperors wore such regalia to signify their elevated rank and office and to identify themselves with the Roman gods and Imperial order – a central feature of Imperial cult.

The building and dedication of monumental public works offered local, permanent opportunities for triumphal commemoration. In 55 BCE, Pompey inaugurated Rome's first stone-built Theatre as a gift to the people of Rome, funded by his spoils. Its gallery and colonnades doubled as an exhibition space and likely contained statues, paintings, and other trophies carried at his various triumphs. [27] It contained a new temple to Pompey's patron goddess Venus Victrix ("Victorious Venus") the year before, he had issued a coin which showed her crowned with triumphal laurels. [28] Julius Caesar claimed Venus as both patron and divine ancestress he funded a new temple to her and dedicated it during his quadruple triumph of 46 BCE. He thus wove his patron goddess and putative ancestress into his triumphal anniversary.

Augustus, Caesar's heir and Rome's first emperor, built a vast triumphal monument on the Greek coast at Actium, overlooking the scene of his decisive sea-battle against Antony and Egypt the bronze beaks of captured Egyptian warships projected from its seaward wall. Imperial iconography increasingly identified Emperors with the gods, starting with the Augustan reinvention of Rome as a virtual monarchy (the principate). Sculpted panels on the arch of Titus (built by Domitian) celebrate Titus' and Vespasian's joint triumph over the Jews after the siege of Jerusalem, with a triumphal procession of captives and treasures seized from the temple of Jerusalem – some of which funded the building of the Colosseum. Another panel shows the funeral and apotheosis of the deified Titus. Prior to this, the senate voted Titus a triple-arch at the Circus Maximus to celebrate or commemorate the same victory or triumph. [29]

In Republican tradition, only the Senate could grant a triumph. A general who wanted a triumph would dispatch his request and report to the Senate. Officially, triumphs were granted for outstanding military merit the state paid for the ceremony if this and certain other conditions were met – and these seem to have varied from time to time, and from case to case — or the Senate would pay for the official procession, at least. Most Roman historians rest the outcome on an open Senatorial debate and vote, its legality confirmed by one of the people's assemblies the senate and people thus controlled the state's coffers and rewarded or curbed its generals. Some triumphs seem to have been granted outright, with minimal debate. Some were turned down but went ahead anyway, with the general's direct appeal to the people over the senate and a promise of public games at his own expense. Others were blocked or granted only after interminable wrangling. Senators and generals alike were politicians, and Roman politics was notorious for its rivalries, shifting alliances, back-room dealings, and overt public bribery. [30] The senate's discussions would likely have hinged on triumphal tradition, precedent, and propriety less overtly but more anxiously, it would hinge on the extent of the general's political and military powers and popularity, and the possible consequences of supporting or hindering his further career. There is no firm evidence that the Senate applied a prescribed set of "triumphal laws" when making their decisions, [31] [32] although Valerius Maximus does claim that a triumph could only be granted to a victorious general who had slain at least 5,000 of the enemy in a single battle. [33]

During the Principate, triumphs became more politicized as manifestations of imperial authority and legitimacy.

Ovation Edit

A general might be granted a "lesser triumph", known as an Ovation. He entered the city on foot, minus his troops, in his magistrate's toga and wearing a wreath of Venus's myrtle. In 211 BCE, the Senate turned down Marcus Marcellus's request for a triumph after his victory over the Carthaginians and their Sicilian-Greek allies, apparently because his army was still in Sicily and unable to join him. They offered him instead a thanksgiving (supplicatio) and ovation. The day before it, he celebrated an unofficial triumph on the Alban Mount. His ovation was of triumphal proportions. It included a large painting, showing his siege of Syracuse, the siege engines themselves, captured plate, gold, silver, and royal ornaments, and the statuary and opulent furniture for which Syracuse was famous. Eight elephants were led in the procession, symbols of his victory over the Carthaginians. His Spanish and Syracusan allies led the way wearing golden wreaths they were granted Roman citizenship and lands in Sicily. [34]

In 71 BCE, Crassus earned an ovation for quashing the Spartacus revolt, and increased his honours by wearing a crown of Jupiter's "triumphal" laurel. [35] Ovations are listed along with triumphs on the Fasti Triumphales.

Il Fasti Triumphales (chiamato anche Acta Triumphalia) are stone tablets that were erected in the Forum Romanum around 12 BCE, during the reign of Emperor Augustus. They give the general's formal name, the names of his father and grandfather, the people(s) or command province whence the triumph was awarded, and the date of the triumphal procession. They record over 200 triumphs, starting with three mythical triumphs of Romulus in 753 BCE and ending with that of Lucius Cornelius Balbus (19 BCE). [36] Fragments of similar date and style from Rome and provincial Italy appear to be modeled on the Augustan Fasti, and have been used to fill some of its gaps. [37]

Many ancient historical accounts also mention triumphs. Most Roman accounts of triumphs were written to provide their readers with a moral lesson, rather than to provide an accurate description of the triumphal process, procession, rites, and their meaning. This scarcity allows only the most tentative and generalised (and possibly misleading) reconstruction of triumphal ceremony, based on the combination of various incomplete accounts from different periods of Roman history.

Origins and Regal era Edit

The origins and development of this honour are obscure. Roman historians placed the first triumph in the mythical past some thought that it dated from Rome's foundation others thought it more ancient than that. Roman etymologists thought that the soldiers' chant of triumpe was a borrowing via Etruscan of the Greek thriambus (θρίαμβος), cried out by satyrs and other attendants in Dionysian and Bacchic processions. [38] Plutarch and some Roman sources traced the first Roman triumph and the "kingly" garb of the triumphator to Rome's first king Romulus, whose defeat of King Acron of the Caeninenses was thought coeval with Rome's foundation in 753 BCE. [39] Ovid projected a fabulous and poetic triumphal precedent in the return of the god Bacchus/Dionysus from his conquest of India, drawn in a golden chariot by tigers and surrounded by maenads, satyrs, and assorted drunkards. [40] [41] [42] Arrian attributed similar Dionysian and "Roman" elements to a victory procession of Alexander the Great. [43] Like much in Roman culture, elements of the triumph were based on Etruscan and Greek precursors in particular, the purple, embroidered toga picta worn by the triumphal general was thought to be derived from the royal toga of Rome's Etruscan kings.

For triumphs of the Roman regal era, the surviving Imperial Fasti Triumphales are incomplete. After three entries for the city's legendary founder Romulus, eleven lines of the list are missing. Next in sequence are Ancus Marcius, Tarquinius Priscus, Servius Tullius, and finally Tarquin "the proud", the last king. Il Fasti were compiled some five centuries after the regal era, and probably represent an approved, official version of several different historical traditions. Likewise, the earliest surviving written histories of the regal era, written some centuries after it, attempt to reconcile various traditions, or else debate their merits. Dionysus, for example, gives Romulus three triumphs, the same number given in the Fasti. Livy gives him none, and credits him instead with the first spolia opima, in which the arms and armour were stripped off a defeated foe, then dedicated to Jupiter. Plutarch gives him one, complete with chariot. Tarquin has two triumphs in the Fasti but none in Dionysius. [44] No ancient source gives a triumph to Romulus' successor, the peaceful king Numa.

The Republic Edit

Rome's aristocrats expelled their last king as a tyrant and legislated the monarchy out of existence. They shared among themselves the kingship's former powers and authority in the form of magistracies. In the Republic, the highest possible magistracy was an elected consulship, which could be held for no more than a year at a time. In times of crisis or emergency, the Senate might appoint a dictator to serve a longer term but this could seem perilously close to the lifetime power of kings. The dictator Camillus was awarded four triumphs but was eventually exiled. Later Roman sources point to his triumph of 396 BCE as a cause for offense the chariot was drawn by four white horses, a combination properly reserved for Jupiter and Apollo – at least in later lore and poetry. [45] The demeanour of a triumphal Republican general would have been closely scrutinised by his aristocratic peers, as well as the symbols which he employed in his triumph they would be alert for any sign that he might aspire to be more than "king for a day".

In the Middle to Late Republic, Rome's expansion through conquest offered her political-military adventurers extraordinary opportunities for self-publicity the long-drawn series of wars between Rome and Carthage – the Punic Wars – produced twelve triumphs in ten years. Towards the end of the Republic, triumphs became still more frequent, [46] lavish, and competitive, with each display an attempt (usually successful) to outdo the last. To have a triumphal ancestor — even one long-dead — counted for a lot in Roman society and politics, and Cicero remarked that, in the race for power and influence, some individuals were not above vesting an inconveniently ordinary ancestor with triumphal grandeur and dignity, distorting an already fragmentary and unreliable historical tradition. [47] [48] [49]

To Roman historians, the growth of triumphal ostentation undermined Rome's ancient "peasant virtues". [50] Dionysius of Halicarnassus (c. 60 BCE to after 7 BCE) claimed that the triumphs of his day had "departed in every respect from the ancient tradition of frugality". [51] Moralists complained that successful foreign wars might have increased Rome's power, security, and wealth, but they also created and fed a degenerate appetite for bombastic display and shallow novelty. Livy traces the start of the rot to the triumph of Gnaeus Manlius Vulso in 186, which introduced ordinary Romans to such Galatian fripperies as specialist chefs, flute girls, and other "seductive dinner-party amusements". Pliny adds "sideboards and one-legged tables" to the list, [52] but lays responsibility for Rome's slide into luxury on the "1400 pounds of chased silver ware and 1500 pounds of golden vessels" brought somewhat earlier by Scipio Asiaticus for his triumph of 189 BCE. [53]

The three triumphs awarded to Pompey the Great were lavish and controversial. The first in 80 or 81 BCE was for his victory over King Hiarbas of Numidia in 79 BCE, granted by a cowed and divided Senate under the dictatorship of Pompey's patron Sulla. Pompey was only 24 and a mere equestrian. [54] Roman conservatives disapproved of such precocity [55] but others saw his youthful success as the mark of a prodigious military talent, divine favour, and personal brio and he also had an enthusiastic, popular following. His triumph, however, did not go quite to plan. His chariot was drawn by a team of elephants in order to represent his African conquest – and perhaps to outdo even the legendary triumph of Bacchus. They proved too bulky to pass through the triumphal gate, so Pompey had to dismount while a horse team was yoked in their place. [56] This embarrassment would have delighted his critics, and probably some of his soldiers — whose demands for cash had been near-mutinous. [57] Even so, his firm stand on the matter of cash raised his standing among the conservatives, and Pompey seems to have learned a lesson in populist politics. For his second triumph (71 BCE, the last in a series of four held that year) his cash gifts to his army were said to break all records, though the amounts in Plutarch's account are implausibly high: 6,000 sesterces to each soldier (about six times their annual pay) and about 5 million to each officer. [58]

Pompey was granted a third triumph in 61 BCE to celebrate his victory over Mithridates VI of Pontus. It was an opportunity to outdo all rivals — and even himself. Triumphs traditionally lasted for one day, but Pompey's went on for two in an unprecedented display of wealth and luxury. [59] Plutarch claimed that this triumph represented Pompey's domination over the entire world – on Rome's behalf – and an achievement to outshine even Alexander's. [60] [61] Pliny's narrative of this triumph dwells with ominous hindsight upon a gigantic portrait-bust of the triumphant general, a thing of "eastern splendor" entirely covered with pearls, anticipating his later humiliation and decapitation. [62]

Imperial era Edit

Following Caesar's murder, Octavian assumed permanent title of imperatore and became permanent head of the Senate from 27 BCE (see principate) under the title and name Augustus. Only the year before, he had blocked the senatorial award of a triumph to Marcus Licinius Crassus the Younger, despite the latter's acclamation in the field as Imperator and his fulfillment of all traditional, Republican qualifying criteria except full consulship. Technically, generals in the Imperial era were legates of the ruling Emperor (Imperator). [63] Augustus claimed the victory as his own but permitted Crassus a second, which is listed on the Fasti for 27 BCE. [64] Crassus was also denied the rare (and technically permissible, in his case) honour of dedicating the spolia opima of this campaign to Jupiter Feretrius. [65]

The last triumph listed on the Fasti Triumphales is for 19 BCE. By then, the triumph had been absorbed into the Augustan Imperial cult system, in which only the emperor [66] would be accorded such a supreme honour, as he was the supreme imperatore. The Senate, in true Republican style, would have held session to debate and decide the merits of the candidate but this was little more than good form. Augustan ideology insisted that Augustus had saved and restored the Republic, and it celebrated his triumph as a permanent condition, and his military, political, and religious leadership as responsible for an unprecedented era of stability, peace, and prosperity. From then on, emperors claimed – without seeming to claim – the triumph as an Imperial privilege. Those outside the Imperial family might be granted "triumphal ornaments" (Ornamenta triumphalia) or an ovation, such as Aulus Plautius under Claudius. The senate still debated and voted on such matters, though the outcome was probably already decided. [67] In the Imperial era, the number of triumphs fell sharply. [68]

Imperial panegyrics of the later Imperial era combine triumphal elements with Imperial ceremonies such as the consular investiture of Emperors, and the avventuroso, the formal "triumphal" arrival of an emperor in the various capitals of the Empire in his progress through the provinces. Some emperors were perpetually on the move and seldom or never went to Rome. [69] Christian emperor Constantius II entered Rome for the first time in his life in 357, several years after defeating his rival Magnentius, standing in his triumphal chariot "as if he were a statue". [70] Theodosius I celebrated his victory over the usurper Magnus Maximus in Rome on June 13, 389. [71] Claudian's panegyric to Emperor Honorius records the last known official triumph in the city of Rome and the western Empire. [72] [73] Emperor Honorius celebrated it conjointly with his sixth consulship on January 1, 404 his general Stilicho had defeated Visigothic King Alaric at the battles of Pollentia and Verona. [74] In Christian martyrology, Saint Telemachus was martyred by a mob while attempting to stop the customary gladiatorial games at this triumph, and gladiatorial games (munera gladiatoria) were banned in consequence. [75] [76] [77] In AD 438, however, the western emperor Valentinian III found cause to repeat the ban, which indicates that it was not always enforced. [78]

In 534, well into the Byzantine era, Justinian I awarded general Belisarius a triumph that included some "radically new" Christian and Byzantine elements. Belisarius successfully campaigned against his adversary Vandal leader Gelimer to restore the former Roman province of Africa to the control of Byzantium in the 533-534 Vandalic War. The triumph was held in the Eastern Roman capital of Constantinople. Historian Procopius, an eyewitness who had previously been in Belisarius's service, describes the procession's display of the loot seized from the Temple of Jerusalem in 70 CE by Roman Emperor Titus, including the Temple Menorah. The treasure had been stored in Rome's Temple of Peace after its display in Titus' own triumphal parade and its depiction on his triumphal arch then it was seized by the Vandals during their sack of Rome in 455 then it was taken from them in Belisarius' campaign. The objects themselves might well have recalled the ancient triumphs of Vespasian and his son Titus but Belisarius and Gelimer walked, as in an ovation. The procession did not end at Rome's Capitoline Temple with a sacrifice to Jupiter, but terminated at Hippodrome of Constantinople with a recitation of Christian prayer and the triumphant generals prostrate before the emperor. [79]


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